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Pandemie, crisi economiche, guerre lontane e talvolta più vicine di quanto non si pensi. Nonostante il progresso e la tecnologia, il mondo non è ancora un posto facile in cui vivere e gli individui più deboli continuano a vedere calpestati i propri diritti. Parlare di lingue in via di estinzione può sembrare futile, a fronte di problemi e ingiustizie tanto gravi e inaccettabili.

In realtà le cose non stanno proprio così. Come si legge nel sito dell’Endangered Language Project, un’iniziativa internazionale a sostegno della conservazione e documentazione dei patrimoni linguistici in tutto il mondo, “l’umanità oggi si ritrova ad affrontare un grave processo di estinzione: la rapidità con cui le lingue stanno scomparendo non ha precedenti. E ogni volta che questo succede, si perde un modo unico di vedere il mondo. Con ogni lingua che muore perdiamo un bagaglio culturale enorme; la comprensione di come gli individui si rapportano alla realtà; conoscenze scientifiche, mediche e botaniche; e soprattutto, perdiamo l’espressione dell’umorismo, dell’amore e della vita delle comunità che usavano quella lingua per comunicare. In breve, perdiamo la testimonianza di secoli di vita”.

Le lingue sono entità vive e in costante evoluzione e la loro estinzione non è certo un fenomeno nuovo. A preoccupare, però, è la velocità impressionante con cui molte lingue stanno scomparendo. Più del 40% dei circa 7.000 idiomi parlati nel mondo è a rischio di estinzione e solo poche centinaia esistono ancora in forma scritta e parlata.

Perché preoccuparsene? Le ragioni ci sono, eccome. Soprattutto se si parte dal presupposto che il linguaggio è un elemento essenziale per l’affermazione e lo sviluppo di una cultura. Comunicare è un bisogno dell’uomo e sin dagli albori della civiltà i nostri simili hanno cercato dei sistemi per esprimersi e interagire l’uno con l’altro. È stato questo il primo passo verso la civiltà, prima di qualsiasi altro genere di espressione sociale. Per questo possiamo dire che il linguaggio è allo stesso tempo fonte ed essenza di una cultura.

Alla luce di tale considerazione, non è difficile comprendere quale grave perdita sia per l’intera umanità ogni volta che una lingua smette di essere tramandata e parlata.

Ora, basterebbe questa consapevolezza per decidere, scientemente e coscienziosamente, di dare il proprio contributo alla causa e sforzarsi di imparare almeno una delle tante lingue che rischiano di estinguersi.

Nel mio caso, se proprio devo essere sincera, tale riflessione è venuta dopo. Non è stata questa nobile motivazione a spingermi a intraprendere lo studio di una fra le lingue più affascinanti e assurdamente complicate che mai io abbia cercato di imparare.

In questi due anni di pandemia, in cui viaggiare è stato un miraggio, non ho fatto che sognare. A occhi aperti e chiusi, indistintamente, tornavo al verde di certi paesaggi, al blu di certi cieli. Ogni volta, il sogno mi riportava in Scozia. Lì, più che in qualsiasi altro luogo, (troppo) tempo fa ho sentito la mia inquietudine pacificarsi, ho desiderato di poter restare. L’inglese spigoloso e colorito che vi si parla è di per sé una deliziosa variante sul tema dell’idioma anglosassone, ma è solo quando si comincia ad assaporare le melodie dell’antico gaelico che si ritrovano i suoni autentici di questa terra.

Secondo il censimento della popolazione scozzese del 2011, il gaelico era parlato solo da 57.375 persone (a malapena l’1,1% della popolazione scozzese al di sopra dei 3 anni di età), per lo più concentrate nelle Ebridi Esterne, un gruppetto di isole al largo della costa occidentale della Scozia.

Le Ebridi Esterne

Al di fuori dei confini nazionali, l’unica minoranza linguistica degna di nota è quella che interessa il Canada e in particolare la Nuova Scozia, in cui pare che ben 4.000 residenti conoscano ancora il Gaelico Canadese, un dialetto derivato dal gaelico scozzese che in quei territori viene parlato dal XVIII secolo.

Nel Regno Unito il gaelico scozzese non è considerato lingua nazionale ma solo lingua minoritaria, ed è tutelato secondo quanto previsto dalla Carta europea delle lingue regionali o minoritarie.

Sono molti i fattori che hanno contribuito al declino del gaelico in Scozia, non ultima la disastrosa repressione dell’insurrezione giacobita che culminò con la disfatta di Culloden, nel 1746. Da quel momento in poi il sistema dei clan venne smantellato e tutti i simboli scozzesi, dai tartan alle cornamuse, furono banditi. Seguì una rovinosa diaspora che portò gli scozzesi lontano dalle loro terre, spesso verso un nuovo continente. Se questo è stato il destino del popolo, non sorprende che quello della sua lingua sia stato analogo.

Ma com’è imparare il gaelico? Conoscere l’inglese aiuta? Vale la pena? Parto dalle terza domanda. Vale la pena, sì. Per svariati motivi. Primo fra tutti, perché ha un suono dolce e gutturale, unico. Per rendersene conto, basta ascoltare il lavoro di una nuova generazione di musicisti scozzesi che con il loro talento stanno restituendo al mondo la bellezza e le atmosfere della loro lingua.

Cercare luoghi in cui il gaelico ancora viene parlato potrebbe inoltre essere il pretesto per visitare alcuni degli angoli più sperduti e autentici del paese, scoprendo panorami che lasciano senza fiato e un’esistenza dal ritmo più umano.

Quanto alla difficoltà… beh, inutile negarlo: parliamo di una lingua in cui la corrispondenza fra grafema e fonema sembra (almeno sulle prime) del tutto aleatoria. Un esempio? La parola sheanair (vocativo per nonno) si pronuncia henaθ (secondo l’alfabetico fonetico internazionale, la θ sta per il th inglese), mentre la parola mhàthar (vocativo per madre) si pronuncia vahaθ. Insomma, invece di aiutare, le convenzioni grafico-fonetiche dell’inglese invece di aiutare rendono tutto più difficile e bisogna sforzarsi di dimenticarle. Un’assurda, meravigliosa complicazione.

Gli strumenti (anche gratuiti) a disposizione per cimentarsi nell’impresa sono numerosi, in particolare il sito https://learngaelic.scot/index.jsp, che offre video lezioni per tutti i livelli di apprendimento, un dizionario monolingue e bilingue inglese-gaelico e utili riferimenti grammaticali.

Per chi invece volesse “fare sul serio”, le università di Glasgow, Dundee, Edimburgo e la University of Highlands and Islands offrono corsi anche a distanza e part-time.

Insomma, grazie alla tecnologia e alle infinite risorse messe a disposizione da internet, chi lo desidera ora ha la possibilità di immergersi in una delle lingue più affascinanti del continente, preservandola dall’oblio. Impossibile resistere!

Chì mi thu a dh ‘aithghearr!

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Elisabetta Maurutto

Elisabetta Maurutto

Laureata in Interpretazione (inglese e russo) presso la SSLMIT di Trieste e fondatrice di Linklab, laboratorio di comunicazione multilingue e interculturale. Traduttrice scientifica e docente di Comunicazione Interculturale e International Business Etiquette per il MIB di Trieste e per la Linklab International Business Etiquette Academy. Legge e scrive perché non può farne a meno.

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