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La gravidanza è una condizione straordinaria, sconvolgente e misteriosa durante la quale possono succedere cose inenarrabili. Chi non c’è mai passato pensa alle nausee e alle gambe gonfie, ma questo non è che l’inizio, è quello che raccontano solo per non impressionarci, altrimenti figli non se ne fanno più. C’è tutta una serie di altri inconvenienti — chiamiamoli così — di cui nessuno parla ma che fanno di questa meravigliosa esperienza un viaggio senza ritorno (ah no, niente è più come prima) nei meandri della psiche e nei misteri del corpo femminile.

Non è che tutto capita a tutte, grazie al cielo no, ma ad alcune fortunate succedono cose che voi umani (o uomini) non potete nemmeno immaginare.
Prendiamo ad esempio il picacismo (o allotriofagia). Si tratta di una patologia causata da un’anemia da carenza di ferro, i cui sintomi possono comparire — e fortunatamente sparire — con la gravidanza. È risaputo che a certe donne incinte vengono le voglie. Alle due e trentacinque del mattino del 31 dicembre, non un secondo più tardi, la puerpera avverte il desiderio intenso, incontenibile, di un chilo e mezzo di fragole all’aceto balsamico. È la solita situazione da vignetta umoristica ma in effetti sì, sono cose che capitano. Ecco, la sventurata picacista non si fissa con i cetriolini sottaceto ma sogna di divorare, ad esempio, una cucchiaiata di terra, una forchettata di capelli o una manciata di carbone. E siccome la gravidanza non coincide con una perdita (totale) di senno la poveretta lo capisce che non si fa, che al Piercesare là sotto forse mangiar chiodi non fa bene e si sente in colpa, ma quando nessuno guarda si chiude in una stanza a sgranocchiare praline di fango. Da stringere il cuore.

Ma perché “picacismo”? Il termine, che indica un’alterazione del senso del gusto, deriva dal latino “pica”: la gazza ladra.
Questo uccello della famiglia dei corvidi è noto per le bizzarre abitudini alimentari. Le gazze, infatti, sono solite cibarsi di qualsiasi cosa, commestibile o meno, donde l’associazione con l’inquietante patologia gravidica (e non solo).
A me la gazza ladra è sempre piaciuta. Nonostante la parentela stretta con corvi e cornacchie è aggraziata, ha un piumaggio lucente ed elegante e, soprattutto, è intelligente: è uno dei pochi animali, insieme all’uomo, ai primati e ai delfini, in grado di riconoscersi allo specchio. E poi è considerata una specie opportunista. Che in zoologia non è una brutta parola ma indica la capacità di adattare i propri gusti e le proprie abitudini alimentari alla disponibilità locale e stagionale di cibo. Altro che i panda intossicati dai germogli di bambù o i koala fissati con l’eucalipto: la gazza si adatta, e chi si adatta sopravvive.
Insomma, bella, intelligente e con un debole per gli oggetti che luccicano. Un epitaffio degno di Marilyn Monroe… quale donna non lo vorrebbe per sé?

La Gazza Ladra è anche il nome della raccolta di parole straniere che non hanno un equivalente in italiano ma che secondo noi meriterebbero di entrare a far parte del nostro vocabolario. Sono piccoli tesori lessicali che per la geniale precisione del concetto che esprimono (e talvolta per bellezza fonetica) varrebbe la pena di conoscere e usare. Un esempio? Davanti a una cicatrice che parla di dolore e di malattia talvolta non si sanno trovare le parole. Forse ne basterebbe una: “kintsukuroi”, per ricordare a noi stessi e alla persona cara (la cui sofferenza spesso ci lascia ammutoliti) che i segni che la vita ci lascia addosso sono proprio ciò che ci rende unici, il ricordo di un’esperienza che non ha distrutto ma rafforzato e impreziosito.

Il mio sogno sarebbe poter parlare un idioma trasversale, in cui trovassero posto le parole più belle di ciascuna lingua. Sarebbe una lingua perfetta, immensamente ricca, precisa, completa nelle sfumature di significato e di suono. Conosco una o due persone che mi seguirebbero nell’impresa, ma temo che la mia crociata in favore del picacismo verbale non incontrerebbe grande successo: viviamo in un’era di semplificazione e omologazione linguistica che ci condanna alla perifrasi e all’approssimazione e lascia sempre meno spazio alla finezza, all’esplorazione.
Secondo un’indagine sul lessico italiano condotta da De Mauro e riportata da Treccani, si stima che un soggetto con istruzione medio-alta abbia un vocabolario di circa 47.000 parole (il lessico comune).

Di queste, però, solo 6.500 vanno a costituire il lessico di base necessario alla comunicazione quotidiana, mentre il lessico fondamentale, quello che utilizziamo nel 90% delle conversazioni, comprende a malapena 2.000 vocaboli. Ecco, si pensi che lo Zingarelli 2015 comprende oltre 144.000 voci e più di 380.000 significati. Considerato che la lingua è il patrimonio culturale più importante e distintivo di una civiltà il dato pubblicato da Treccani è sconfortante.
Ai gourmet della parola non rimane che godere della degustazione solitaria di queste delikatessen lessicali, un piccolo vizio quando al mondo ce ne sono di peggio. Peccato, però.

Published in World awareness

Elisabetta Maurutto

Elisabetta Maurutto

Laureata in Interpretazione (inglese e russo) presso la SSLMIT di Trieste e fondatrice di Linklab, dal 2001 porta avanti con determinazione ed entusiasmo il proprio progetto imprenditoriale nel settore dei servizi linguistici. Legge, scrive, e alla passione per le lingue somma una formazione specifica nel campo del marketing e della Business Etiquette.

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