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Come un sussurro lieve senti il suono, clic-clic dell’obiettivo fittizio che si apre e si richiude. Sullo sfondo l’Opera House di Sydney, le due amiche sorridono, guancia contro guancia, occhi rivolti al cellulare che ha appena immortalato un istante della loro felicità. Il selfie è servito.

Perché decido di parlare di selfie? Perché proprio l’Opera House di Sydney sullo sfondo?

Parlare di selfie nel 2015 è quasi d’obbligo; sull’onda di articoli che confermerebbero che chi si fa i selfie soffre di disturbi mentali ed altri che, più saggiamente, smentiscono tali affermazioni, questa pratica divenuta così

comune negli ultimi anni merita qualche parola di approfondimento. E quindi poniamo un’altra domanda: perché piacciono tanto i selfie?

Ricerche psicologiche suggeriscono come la pratica del selfie serva a rafforzare la nostra autostima: il modo in cui noi vediamo noi stessi non deriva, secondo gli autori, da come noi siamo realmente, quanto piuttosto da come pensiamo che gli altri ci vedano. Tuttavia, nell’ambito di questo sistema di auto-pubblicità vi sono, come in ogni cosa, alti e bassi. Gli alti sono rappresentati, secondo gli studiosi, dal fatto che pubblicare propri selfie sui social media potrebbe contribuire a migliorare l’immagine che abbiamo di noi stessi. A tale proposito, addirittura, la ditta Dove ha creato una serie di video mirati ad aumentare l’autostima, in particolare delle donne: video che dichiarano che la bellezza è uno stato mentale, video sulla percezione della bellezza, sulla bellezza di madri e figlie. Uno di questi video è intitolato, per l’appunto, “Selfie”. L’interesse dello spettatore viene attirato sui dettagli che rendono particolare e unico un viso, un corpo; le protagoniste dello spot osservano attentamente la propria immagine, cercando di identificare i punti di forza, e vengono invitate ad appuntare su dei post-it questi particolari: occhi luminosi, sorriso smagliante, capelli morbidi. I selfie di ciascuna di loro si focalizzeranno, poi, su questi punti di forza, in modo da dare di sé la migliore immagine possibile. L’americana Kim Kardashian ha

talmente fatto sua questa idea da pubblicare addirittura un libro, intitolato Selfish, in cui riesce a riempire nientepopodimeno che 448 pagine di scatti del proprio corpo.

Il selfie e la percezione della bellezza

Un tanto per quanto riguarda gli “alti” della pratica del selfie; tuttavia, secondo lo studio citato sopra, ogni medaglia ha un suo rovescio: gli autori sostengono che l’“over-selfie-ing”, come viene definito, possa danneggiare relazioni di stampo più superficiale. Questo accade perché, come facilmente comprensibile, coloro che non fanno parte della cerchia più ristretta di amici e parenti non saranno interessati a subirsi una carrellata costante di vostri autoscatti. La soluzione? Come in tutte le cose, un giusto equilibrio non guasta.

Ho parlato ora di autoscatto, ma si tratta esattamente della stessa cosa? Secondo l’Accademia
della Crusca no. Introdotto nel 2012 nell’uso italiano, il termine “selfie” designa una “fotografia scattata a sé stessi, tipicamente senza l’ausilio della temporizzazione e destinata alla condivisione in rete”. Da qui, la differenza rispetto a un autoscatto: l’assenza della temporizzazione e la destinazione d’uso molto specifica. Un ulteriore dubbio sorge in merito al genere della parola, nella lingua italiana: è più corretto dire “un selfie” o “una selfie”? Vi è tuttora incertezza in merito; la prevalenza tende verso il genere maschile, per analogia con il termine maschile “autoscatto”, ma

viene accettata anche la versione femminile, come termine sostitutivo di “fotografia” e per analogia con “espressioni quali ‘spararsi una dose’, ‘spararsi una posa’ e simili sul contesto ricorrente ‘spararsi una selfie’”. Quindi, tanto bene pubblicare un proprio selfie quanto una propria selfie. E fin qui tutto chiaro. Ma tornando all’inizio dell’articolo, è forse casuale il riferimento all’Opera House di Sydney? Assolutamente no!

 

Il termine “selfie”, infatti, di cui tanto abusiamo oggidì, trae le sue origini nientemeno che dall’Australia. Il primo utilizzo del termine viene fatto risalire a un commento dell’australiano Nathan Hope, che pubblicava un selfie del suo labbro tagliato. E non deve sorprendere più di tanto, questa scoperta, se pensiamo che l’inglese australiano, così particolare per molti aspetti, abbonda di suffissi -ie nella “personalizzazione” di molti nomi. Così è, ad esempio, per la stessa isolona, ribattezzata “Aussie” dagli autoctoni.

Spulciando qui e là nel web, di notizie legate ai selfie e all’Australia ne emergono molte, in effetti. In un recentissimo articolo pubblicato sul Sydney Morning Herald, si scoprono diverse curiosità che legano l’Opera House alla pratica dei selfie. Appurato che, attualmente, l’edificio si piazza tra i 13 siti turistici più frequentemente utilizzati come sfondo per un selfie (la Torre Eiffel, naturalmente, si piazza sul gradino più alto del podio), i portavoce dell’Opera House hanno addirittura dichiarato di aver predisposto delle mappe che indicano i migliori punti da cui “spararsi una selfie” con l’edificio sullo sfondo. Tuttavia, sembra siano assolutamente proibiti gli scatti effettuati con il famigerato bastone da selfie,  o “selfie stick”, da alcuni ribattezzato “bacchetta di Narciso”.

Pare che anche i  vari parchi tematici della Disney sparsi per il mondo (Florida, California,  Parigi, Hong Kong) non ammettano questa pratica, così come il nostro  italianissimo Colosseo, la reggia di Versailles o la città proibita a Pechino.

A proposito di Australia e selfie, poi, volteggiando qui e là per il web, scopro  che esiste un hotel a Sydney, il 1888 Hotel, nel quale non solo i selfie sono  accettati, ma sono addirittura calorosamente incoraggiati. Pare ci sia,  all’interno dell’albergo, addirittura una “cornice da selfie” nella quale l’ospite si può fotografare per poi vedere il risultato apparire su uno schermo attiguo alla reception!

Quindi, gente, scattate pure i vostri selfie/le vostre selfie ma, come ammoniva il buon Manzoni, “con juicio”. Va bene lo scatto, ma cercando di restare nel buonsenso. Vi lascio con un sorriso e… al prossimo articolo!

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Published in World awareness

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Marzia Gherbaz

Marzia Gherbaz

Laureata in traduzione (inglese e spagnolo) presso la SSLMIT di Trieste, ha lavorato per anni come traduttrice e copy-editor di testi di medicina e psicologia per una nota casa editrice scientifica e a giugno 2015 è entrata a far parte del team di LinkLab, Laboratorio di Comunicazione Multilingue e Cross-Culturale.

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