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Arriva, finalmente, il momento tanto atteso e altrettanto temuto. Il momento in cui la tua amica dell’Università con cui vent’anni fa (sono così tanti? Davvero?) condividevi letture e libagioni con pari entusiasmo, l’amica che gestisce un blog che parla di parole, di comunicazione, di lingue e linguaggi, ti chiede: “Allora, il prossimo articolo per il blog lo scrivi tu?”.
“Certo!”, è la risposta sicura e spavalda, che nasconde il terrore da foglio bianco: e se poi mi viene il bloggo dello scrittore? Di cosa parlo? Come strutturo il testo? Da dove traggo spunti?
Scorrendo i post più vecchi, resto affascinata da due articoli che parlano di inchiostro (questo e questo). Allora decido che il mio primo contributo partirà da un’agenda e da una penna.

Da anni il computer è il mio principale mezzo di trasmissione dati: e-mail, copy-editing di testi medico-scientifici, traduzioni, il libro che sto scrivendo e che forse un giorno vedrà anche una conclusione, sono tutti nati e vivono grazie a una tastiera QWERTY. Ma il mio libro nasceva a mano, e parlava dell’amore per il processo amanuense.

Quindi, parto da qui. Da qui, e da una canzone che mi risuona in testa ogni volta che mi siedo a scrivere. Tratta dall’ultimo album del rapper pugliese Caparezza, Chinatown è diventata immediatamente una delle mie motivational songs. “Non è la fede che ha cambiato la mia vita, ma l’inchiostro”; e il titolo non si pronuncia come una Ciainataun qualsiasi di una metropoli qualsiasi. No, qui si parla proprio di “Chinataun”, la Mecca degli amanti del calamo.

Chinatown (Caparezza)

Procede, poi, discettando su come lo scrivere a mano ci faccia tornare bambini. È proprio per quello che lo facciamo, secondo me: la scrittura a macchina, al computer, battendo i polpastrelli su tasti regolari e perfettamente incasellati, ci fa sentire grandi, efficienti, precisi. Ma, ahimè, asettici. Usare una penna per far fluire le parole, scarabocchiare segni su un foglio di carta, sentirne la consistenza, volteggiare tra sghiribizzi mai identici tra loco, ci fa tornare bambini, “come in un libro di Pennac”, suggeriscono i versi della canzone.

Quel Pennac dai ridenti occhi da eterno bambino che ci regala capolavori per adulti, come la saga di Malaussène, ma che pensa tanto anche ai giovani lettori, con meraviglie come “Abbaiare stanca” o “Ernest e Celestine”, e che sconvolge la nostra visione del mondo in “Signori bambini”, dove sono questi ultimi a prendersi cura dei grandi.
E parlare di Pennac, per una traduttrice come me, significa necessariamente spendere qualche parola su quella donna incredibile che è Yasmina Melouah, che ha fatto dell’arte della comunicazione la sua ragion di vita, dapprima lottando per trasporre un linguaggio unico e assolutamente personale in un’altra lingua, poi entrando totalmente in sintonia con l’autore, e quindi parlando al lettore italiano come se fosse lei stessa Pennac.
Ma poi la canzone, in sottofondo, procede nella sua apologia dell’inchiostro. Ci si chiede spesso, al giorno d’oggi, se lo scrivere a mano sia ormai solo un vezzo da aristocrati viziati che non sanno come riempire il proprio tempo libero. Quanto più veloce può essere prendere appunti all’Università picchiettando su un touchscreen, digitare una lista della spesa sul Memo dello smartphone, scrivere una mail immediata all’amica australiana invece di mandare un biglietto di auguri in una busta affrancata. Ma la differenza c’è, e viene studiata approfonditamente. Se prendiamo il primo caso, ad esempio, sappiamo prendere appunti a mano rappresenta una forma molto forte di apprendimento: l’impulso necessario a riscrivere una parola ascoltata utilizzando una penna o una matita imprime il concetto nella memoria più profondamente di quanto accada digitandola su una tastiera. (Vorrei vedere, poi, come avrei imparato i miei rudimenti di cinese senza carta e penna). La scrittura aiuta a creare, immaginare e ricordare molto più a lungo le informazioni. Limita le distrazioni e affina l’attenzione al particolare. Prolunga l’elasticità mentale, come hanno dimostrato studi condotti su bambini e ragazzi dall’Università dell’Indiana utilizzando dispositivi per la Risonanza Magnetica. Tramite la RM, infatti, questi studiosi hanno scoperto che la scrittura a mano rappresenta ben più che un mero strumento comunicativo: scrivere a mano aiuta ad apprendere l’alfabeto e le forme con maggiore facilità, migliora la strutturazione e l’espressione delle idee e dei concetti e può contribuire ad affinare lo sviluppo motorio. Negli Stati Uniti, addirittura, la Writing Instrument Manufacturers Association (WIMA) ha istituito una Giornata Nazionale della Scrittura a Mano, da festeggiare il 23 gennaio.
Per contro, un Paese evoluto come la Finlandia ha fatto scatenare le ire dei puristi dell’inchiostro: l’informazione fornita dal Consiglio Nazionale dell’Educazione finlandese secondo la quale dall’autunno 2016 sarà abolita la calligrafia e la scrittura in corsivo è stata erroneamente interpretata, per cui si è ritenuto che il Paese volesse eliminare del tutto la scrittura a mano. La notizia ha immediatamente infiammato i cuori di quanti ritengono importante l’utilizzo della penna o della matita per supportare lo sviluppo cognitivo e la manualità fine, solo per essere poi ridimensionata sulla base delle precisazioni successive: “l’apprendimento della scrittura a mano non scomparirà del tutto dai programmi del ministero finnico della pubblica istruzione. Maestre e maestri continueranno a insegnare agli scolari l’alfabeto e la scrittura delle parole. […] La scrittura cartacea e a mano, con biro, stilo o matita, resterà viva e presente nelle scuole della ‘Suomen Tasavaltà’ (Repubblica di Finlandia) ma come materia supplementare”.
E in leggera controtendenza rispetto alla passione per la tastiera, abbiamo Google che ad aprile 2015 rilascia un’applicazione per inserire testi sul proprio smartphone o tablet utilizzando la scrittura a mano. L’applicazione, Handwriting Input, per l’Italia prende il nome di “Scrittura a mano libera”; per l’inserimento è sufficiente usare un pennino o le dita.
Caparezza ha quasi finito di trasmetterci la sua passione per pennino e calamaio, per gli svolazzi e gli sghiribizzi, per il flusso continuo che collega le sinapsi dello scrittore a un foglio, un papiro, una parete, una corteccia che tratterranno per sempre idee, concetti, pensieri di un essere umano e li trasmetteranno a un altro essere umano che, a sua volta, decodificherà e interpreterà, sulla base delle proprie esperienze personali, quello che l’autore voleva comunicargli. Tra sfondi che ci ricordano gli incubi e le allucinazioni di van Gogh, tra onde di Kanagawa e balene fluttuanti, tra pesi spessori rumori odori turbini molecolari dello Zang Tumb Tumb dei martelletti dell’Olivetti di Montanelli, sfuma la canzone, lasciando in me ancora più forte la passione per la scrittura.
“Basta una penna e rido come fa un clown. A volte, la felicità costa meno di un pound.”

Published in World awareness

Marzia Gherbaz

Marzia Gherbaz

Laureata in traduzione (inglese e spagnolo) presso la SSLMIT di Trieste, ha lavorato per anni come traduttrice e copy-editor di testi di medicina e psicologia per una nota casa editrice scientifica e a giugno 2015 è entrata a far parte del team di LinkLab, Laboratorio di Comunicazione Multilingue e Cross-Culturale.

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