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È uscito il nuovo Zingarelli 2018 della lingua italiana.

Sarà vero per i diamanti, ma se qualcuno pensa che un vocabolario sia per sempre, forse gli interesserà sapere che nella nuova edizione dello storico tomo che da quasi un secolo appesantisce gli zaini degli studenti di tutt’Italia ci sono circa 1.000 nuove parole rispetto all’anno scorso. La lingua è un organismo vivo, pulsante, e le parole come cellule nascono e muoiono.

Nel vocabolario 2018 abbiamo fiocco rosa per nikefobia e Brexit, azzurro per sviluppismo e dronista. Con fiocco arcobaleno, il verbo flaggare e il termine hater. Eccetera, eccetera. Queste parole un tempo non si usavano e ora sì, hanno quindi tutti i diritti di essere presenti nel nuovo vocabolario della lingua italiana. E i vocabolari di uno, due, dieci anni fa? Sono vecchi, ahimè, anche se intonsi. Un vecchio vocabolario non è solo un libro dalle pagine ingiallite: è lo specchio malinconico di un mondo che non c’è più, di una realtà passata che ancora non ha un nome per il futuro.

Per una parola che nasce, altre (numerose) muoiono.

I numeri del nuovo Zingarelli 2018 danno un’idea abbastanza precisa dello stato di salute della nostra amata lingua: siamo a quota 145.000 voci e oltre 380.000 significati. Diciamocelo, fa impressione. Sono un mare di parole, soprattutto se pensiamo che secondo gli studi di De Mauro il Vocabolario di Base dell’italiano è costituito da solo 6.500 parole, che utilizziamo per formulare nientemeno che il 98% dei nostri discorsi. E tutte le altre? Chi un po’ si sforza e ha un’istruzione medio-alta vanta un Lessico comune di circa 47.000 vocaboli conosciuti. Di questi la gran parte sono adoperati raramente, ma rendono il discorso più ricco, vario e preciso. Rimangono sempre quasi 100.000 parole, neglette e dimenticate.

Tristemente, se vengono trascurate e dimenticate le parole muoiono. Come l’edera sul mio balcone. Dopo qualche anno queste sillabe perdono di familiarità, per sempre legate a un oggetto o a un modo di vivere che non esiste più, e lasciano spazio a giovani vocaboli rampanti, talvolta ineleganti e insipidi quanto un panino da fast food.

E così leggo sul sito di Zanichelli che nel nuovo vocabolario sono segnalate anche 3.125 parole da salvare, come obsoleto, ingente, diatriba, leccornia, ledere, perorare, preferibili – così è scritto – ai loro sinonimi più comuni ma meno espressivi. Meno espressivi davvero! Prendiamo leccornia, ad esempio. Sinonimi: bocconcino, chicca, delicatezza, delikatessen, ghiottoneria, golosità, manicaretto, prelibatezza, ricercatezza, squisitezza. Ma leccornia deriva dal verbo leccare. Come dire: “tanto buono da leccarsi i baffi”, è un vocabolo che richiama un’immagine ben precisa, associata al piacere che deriva dal consumare un certo cibo. Un termine obsoleto (ecco, appunto), poco usato, ma di certo più espressivo delle alternative.

Fra qualche anno queste 3.125 parole potrebbero essere sfrattate dallo Zanichelli, e non sono in pochi a rammaricarsene. E non mi riferisco solo alla sottoscritta, che ha appena esitato nell’usare il verbo rammaricarsi salvo poi decidere, con una scrollata di spalle, che dispiacersene era meno bello e se non lo usa nessuno, beh, pazienza.

La Società Dante Alighieri è (copio dal sito www.ladante.it) un gruppo di intellettuali guidati da Giosuè Carducci [nientemeno] ed eretta in Ente Morale con R. Decreto [addirittura] del 18 luglio 1893, n. 347 e ha lo scopo di «tutelare e diffondere la lingua e la cultura italiane nel mondo, ravvivando i legami spirituali dei connazionali all’estero con la madre patria e alimentando tra gli stranieri l’amore e il culto per la civiltà italiana».

Una lunga storia, quella della Società Dante Alighieri, e un intento meritorio. Se l’Accademia della Crusca si concentra soprattutto sullo studio, l’analisi e la codifica della lingua, la Società vuole proteggerla, valorizzarla e portarla nel mondo, visto che rimane uno dei più preziosi tesori culturali del Bel Paese.

Da questo impegno nasce, nel 2011, l’iniziativa “Adotta una parola”, una

“campagna di adozione di lemmi dell’italiano che ha sensibilizzato il pubblico all’uso corretto e consapevole delle parole allo scopo di arginare l’impoverimento del lessico contemporaneo, soprattutto tra i più giovani. Hanno adottato e custodiscono ancora una parola del vocabolario italiano 23 personaggi celebri tra i quali Dario Fo, Matteo Renzi, Giorgia, Javier Zanetti, Aldo Cazzullo, Gianni Vattimo, Viola Di Grado e Giuliano Pisapia.”

Sul social network della lingua italiana creato dalla Società Dante Alighieri e battezzato pertinentemente Beatrice si ha la possibilità di adottare una parola “in difficoltà” fra quelle segnalate da quattro diversi vocabolari: Zanichelli, Devoto-Oli, Garzanti e Sabatini Coletti. Se ne diviene così il “custode”, con tanto di attestato elettronico a certificare l’adozione. Se una certa parola è stata già affidata a un custode, è comunque possibile diventarne sostenitore, collaborando con il custode e partecipando al gruppo creato intorno alla stessa parola. Dimenticavo. L’iniziativa non è a scopo di lucro.

Mi iscrivo subito. Scorro la lista delle parole in cerca di famiglia. Incontro, prevedibilmente, vocaboli come sprimacciare, ostricaio, iattura. Mi spiace di trovarci scocciatore. Scocciatore è una bella parola, rimpiazzata ormai nel lessico quotidiano dal ben più volgare ma ormai sdoganato rompipalle o da rompiscatole, che non scandalizza più nessuno. In realtà, questo vocabolo caduto in disgrazia ha un’etimologia interessante e ironica: deriva infatti da “coccia”, termine arcaico che significa guscio, quindi “scocciare” significa “rompere cose fragili, e in particolare il guscio delle uova”. Ecco, appunto.

Poi, sorpresa sorpresa, mi imbatto in mamma, scrivere, Sole, donna e grazie. Ignoro cosa ci facciano qui in mezzo. Cosa le ha rimpiazzate? Come ci si rivolge alla propria madre? Come viene chiamato il Sole? Cosa si dice in segno di riconoscenza? E se queste parole stanno sparendo senza che ne esista un sostituto? Se è vero ciò che si dice, ossia che le cose esistono solo se hanno un nome, se questi nomi sparissero che ne sarebbe delle mamme e del Sole? E delle donne in generale?

Allontano l’inquietudine frutto dell’horror vacui lessicale e scelgo un vocabolo che mi riporta a una dimensione di pace e appagamento. Cremino. Non scherziamo. Il cremino è a rischio? Il cremino è il cremino, non ci sono altri modi di chiamarlo. Non esistono sinonimi. Sta forse sparendo? Forse che in Piemonte c’è penuria di nocciole? Per quale motivo, di grazia, la parola cremino sarebbe a rischio di estinzione?

Decido di correre ai ripari. Compilo il questionario spiegando perché desidero adottare questa parola. È presto detto: è la mia petite madeleine. Il cremino me lo portava da piccola la formica quando perdevo un dentino insieme a qualche moneta da cento lire. Ancora mi ci commuovo, è uno di famiglia, come potrei abbandonarlo? La pratica è presto conclusa e la Società Dante Alighieri mi rilascia l’attestato di custode.

#37_attestato
Il mio attestato di adozione della parola “cremino” rilasciato dalla Società Dante Alighieri.

Si fa per ridere, certo. Ma non del tutto. La lingua italiana è una ricchezza al pari dei dipinti e delle sculture che tutto il mondo ci invidia. Ne sono convinta. E nel mio piccolo continuerò a sprimacciare i cuscini e fare ramanzine, girandolando meditabonda fra i gaglioffi, i furfanti e gli smargiassi che popolano questo mondo bislacco. E a chi mi chiede perché farò spallucce dicendo: vattelappesca.

One Comment for "S.O.S. parole in via di estinzione"

  • Renzo maurutto

    Condivido la preoccupazione per il pensionamento di parole che avevano chiari significati e la nascita di nuove parole che suonano fredde .

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