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Ho guardato il calendario. Fatti due conti, ho concluso che è trascorso un tempo sufficiente dalla mia ultima filippica sulla punteggiatura per riaffrontare la questione schivando l’accusa di pedanteria. O magari no, ma poco importa. Passare per pedante sarà anche una brutta cosa, ma la questione è seria e correrò il rischio.

Il fatto è che di questi piccoli arzigogoli si fa un uso sporadico o spasmodico, di certo approssimativo.

Alzi la mano chi sa piazzare senza esitazione un punto e virgola, per quelle pause che sono un po’ più di una virgola, un po’ meno di un punto fermo. Ogni volta a pensarci su, a cronometrare mentalmente lo stacco fra i pensieri. Lo usiamo soprattutto noi italiani, all’estero lo guardano storto e non sanno bene che farsene. A me piace, anche se è ormai in via d’estinzione. Come il rinoceronte e il panda.

E sarà un caso, ma c’è proprio un panda sulla copertina del divertente Eats, Shoots & Leaves di Lynne Truss. Un approccio “tolleranza-zero” alla punteggiatura, recita il sottotitolo. Il libro è dedicato alla memoria dei tipografi bolscevichi di San Pietroburgo che, nel 1905, chiesero di venir pagati tanto per i segni d’interpunzione quanto per le lettere e diedero inizio alla raffica di scioperi che portarono alla rivoluzione. Attenzione, quindi. I piccoli e infidi sghiribizzi sono assai più pericolosi di quanto non si pensi.

Ma torniamo a noi. L’argomento è: la punteggiatura, questa sconosciuta. Perché mica tutto si esaurisce con un punto e un puntevvirgola. Eh no, esiste una “punteggiatura spinta” per chi vuole andare oltre, per chi non s’accontenta.

Conosciamo tutti l’asterisco.
Duepuntitrattinoasterisco, e un bacio non si nega più a nessuno (che poi, davvero ci si baciava tutti così tanto prima dell’avvento degli SMS?).

Ma forse non tutti sanno che esiste anche l’obelisco (detto anche pugnale o spada, rappresentato da una croce a due o più bracci). Lo si usa nei testi dalla struttura particolarmente complessa in modo analogo all’asterisco, oppure per indicare la data di morte di un personaggio o l’estinzione di un fenomeno (ad esempio di una lingua), istituzione, uso, oggetto e simili. Ha poi altri usi in tutta una serie di discipline, dalla biologia alla meccanica quantistica.

Sembra un accento circonflesso ma non è così banale. Questo è il caret. Letteralmente “manca”, in latino. Lo si usa per segnalare che nel testo manca un elemento.

 

 

Bello da vedere, con un nome che è un incanto. Peccato non lo si usi quasi per niente. L’asterismo è un simbolo di pausa, l’equivalente di un punto fermo. Graficamente l’asterismo è rappresentato da un  triangolo     equilatero composto da tre piccoli asterischi. Il nome deriva dall’astronomia, in cui il termine “asterismo” indica un gruppo di almeno tre stelle che appaiono ravvicinate — non dimentichiamo che in greco la parola “asterisco” (ἀστερίσκος) significa stellina. In letteratura non lo si trova praticamente mai, ma ne esiste un esempio celebre nell’Ulisse di Joyce, nel capitolo delle Rocce Vaganti (edizione del 1922).

Una curiosità: corre voce che nei necrologi a pagamento pubblicati sui quotidiani l’asterismo sia utilizzato per indicare l’appartenenza massonica del defunto.

Si fa presto a dire “virgolette”. Quando vanno usate lo sappiamo più o meno tutti. Anzi, ad alcuni (specie agli anglosassoni) piacciono così tanto da aver preso a svirgolettare l’aria con le dita.
Servono a contraddistinguere una parola o una frase come citazione o discorso diretto, o per sottolinearne il carattere gergale, tecnico, metaforico, figurativo, ironico o dialettale. O ancora per parole e sintagmi stranieri non ancora entrati nell’uso comune. O per indicare il titolo di una pubblicazione. Questo tralasciando l’uso che se ne fa in informatica. Le virgolette si usano sempre in coppia e come le parentesi si “aprono” e si “chiudono” prima e dopo la parola o la frase in questione.

E fin qui niente di nuovo. Ma ai più attenti non sarà sfuggito che non esiste un solo tipo di virgolette: ce ne sono ben 3.

  • Le virgolette alte semplici, dette anche virgolette inglesi o singoli apici (‘ ’).
  • Le virgolette alte doppie, dette anche italiane o doppi apici (“ ”).
  • Le virgolette basse, dette anche francesi o caporali o a sergente (« »).

Le virgolette più diffuse in gran parte delle lingue, alfabeti e paesi sono quelle alte doppie, mentre le altre tipologie sono impiegate come alternative o in casi particolari. Esistono tuttavia delle eccezioni, come per esempio in inglese: gli americani prediligono le doppie, mentre gli inglesi usano spesso le singole.

Non si capisce perché l’entusiasmo debba per forza portare alla conclusione di una frase. Succede con il punto esclamativo. Ma se uno volesse invece continuare? Esiste a tale scopo la virgola esclamativa. Mancava.

 

Lo stesso vale per il punto interrogativo. Dove sta scritto che la frase deve terminare con una domanda? Perché mai? Per questo motivo esiste la virgola interrogativa. Una soluzione intelligente per chi ha molte domande   da fare, ed è un vero peccato che non la usi nessuno.

E cosa dovremmo usare per esprimere nel contempo stupore e incredulità? C’è chi nel dubbio abbonda e si lancia in sequenze di segni convenzionali (tipo !!?? oppure !?!?, tanto quando si devia dalla norma non c’è   limite e si può provare l’ebbrezza della libertà). Ma qualcuno ci ha pensato: esiste infatti il punto esclarrogativo: un carattere tipografico che rappresenta l’unione di punto interrogativo e punto esclamativo. Immagino la reazione di chi legge: “Nooo, ma davvero esiste” Perfetto.

Si entra poi nel merito della cosiddetta “punteggiatura espressiva”. Se nel parlato il tono di voce permette di esprimere ironia e sarcasmo, nello scritto non è sempre facile. Per questo già intorno alla fine del XVI secolo il tipografo inglese Henry Denham inventò il percontation point e successivamente, nella Francia del XIX secolo, Marcellin Jobard e il poeta Alcanter de Brahm fecero ricorso al point d’ironie (punto d’ironia). In entrambi i casi il carattere ricorda un punto interrogativo rovesciato. Utilissimo quando non si è del tutto certi   della perspicacia di chi legge.

Ma non finisce qui… c’è chi ha proposto anche il “punto dubitativo”, il “punto di certezza”, il “punto acclamativo”, il “punto d’autorità”, e per finire il “punto dell’amore” (Hervé Bazin, 1966).

Insomma, per gli amanti della punteggiatura non c’è che l’imbarazzo della scelta. Sono convenzioni utili e intelligenti, che non imbrigliano la creatività di chi scrive ma al contrario forniscono preziosi strumenti per dominare e affinare la tecnica, da cui bisogna sempre partire. Del resto lo stile nasce dalla rielaborazione e non dall’ignoranza della norma.

Come diceva Picasso: “desde niño pintaba como Rafael, pero me llevó toda una vida aprender a dibujar como un niño” (“da bambino dipingevo come Raffaello, ma mi ci è voluta una vita per imparare a disegnare come un bambino”).

Published in World awareness

Elisabetta Maurutto

Elisabetta Maurutto

Laureata in Interpretazione (inglese e russo) presso la SSLMIT di Trieste e fondatrice di Linklab, dal 2001 porta avanti con determinazione ed entusiasmo il proprio progetto imprenditoriale nel settore dei servizi linguistici. Legge, scrive, e alla passione per le lingue somma una formazione specifica nel campo del marketing e della Business Etiquette.

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