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Parlare con le mani è cosa tutta italiana. Non passa inosservata e fa parte della nostra cultura, come la buona cucina, l’arte e la moda. E siccome oggigiorno tutto è contaminazione, accade che la moda strizzi l’occhio al linguaggio e che i modelli di Dolce&Gabbana si prestino a fare da interpreti al complesso universo dei gesti che accompagnano la lingua del Bel Paese. È pertanto per scopi squisitamente accademici che condivido il video in questione.

Efficace, non c’è che dire. Ma torniamo a noi. Il linguaggio dei segni noi italiani lo apprendiamo fin da piccoli per imitazione. È naturale, quasi non ce ne rendiamo conto finché un giorno non ci troviamo davanti un interlocutore straniero… e sentiamo che qualcosa non torna, la comunicazione sembra forzata, incompleta. Dopo averlo scrutato per un buon quarto d’ora arriva l’epifania: chi ci parla lo fa con la bocca, magari con gli occhi…. ma non con le mani! Per noi italiani a livello subliminale questo può rendere l’esperienza comunicativa meno spontanea, meno coinvolgente.
Secondo uno studio della Prof. Isabella Poggi, docente di Psicologia Generale e Psicologia della Comunicazione all’Università Roma 3, i gesti codificati utilizzati quotidianamente dagli italiani sarebbero circa 250. Un aspetto a mio avviso sorprendente è che si tratta di un patrimonio perlopiù comune a tutti gli abitanti della penisola, a dispetto delle notevoli discrepanze dialettali e culturali che la contraddistinguono. Esistono per la verità differenze regionali, anche quantitative: si gesticola di più in Campania e Sicilia, meno nell’entroterra della Sardegna… quasi che vivere in città caotiche e affollate ci costringesse ad agitarci di più per farci notare (mai fermato un taxi a Napoli?).
Abbiamo gesti per ogni occasione. Alcuni sono di più facile comprensione, poiché per esprimere un concetto imitano gli oggetti e il loro uso. Alcuni esempi:

  • indice e medio tesi a sforbiciare l’aria per invitare a “tagliar corto”;
  • pollice e mignolo tesi a mimare una cornetta per alludere a una telefonata;
  • pistola puntata alla tempia in un gesto di eloquente disperazione.

Ci sono poi quei gesti che, indicando alcune parti del corpo, ne segnalano la funzione:

  • darsi un colpetto sulla fronte quando si è dimenticato qualcosa;
  • picchiettarsi con l’indice la tempia per dare del pazzo a qualcuno;
  • portarsi l’indice alle labbra chiuse per invitare al silenzio.

Ma questi sono facili, roba da dilettanti. Ci sono ben altri gesti che per noi sono chiarissimi e inequivocabili ma che per uno straniero sono del tutto incomprensibili.

  • la mano “a pigna” (dita tese e unite a punte in su) oscillante sul polso a significare “che vuoi?” ma con molto, molto meno garbo.
  • oppure il gesto vagamente mafioso dell’aumma aumma, con la mano che traccia cerchi con le dita rivolte verso il basso, a indicare complicità in una situazione poco chiara.

Esiste poi una ricca collezione di gesti scaramantici e propiziatori (corna verso il basso, dita incrociate…); di altri offensivi e volgari (braccio a ombrello, dito medio alzato, corna verso l’alto). Molti di questi sono ormai sdoganati anche in televisione da politici nazionali tanto noti quanto maleducati.
Parlare con le mani ci piace talmente tanto che alcuni gesti li importiamo (del resto l’italiano ha un debole per i forestierismi… bisogna dire che siamo coerenti), e allora capita sempre più spesso di vedere gente che “svirgoletta” in aria, un vezzo contemporaneo e tutto anglosassone. Viene da chiedersi se e quando i fautori di questa punteggiatura aerea si esibiranno in apostrofi, punti esclamativi e parentesi. Pur amando e difendendo la punteggiatura dico no. Questo è troppo anche per me.

Ma perché, ci si chiede, da Trieste a Canicattì gesticoliamo così tanto?

Per capirlo è necessario ripensare alla storia dell’amato e conteso Stivale: per secoli siamo stati divisi in città-stato e staterelli, abbiamo subito invasioni e dominazioni e si sa, chi conquista (spagnoli, austriaci, francesi…) immancabilmente impone la propria cultura e la propria lingua. In questa babele di idiomi e dialetti arrivare a una lingua unitaria è stato un processo lungo e faticoso, nient’affatto spontaneo.
Se il latino è stato per secoli la lingua della cultura e di quanti (pochi) sapevano leggere e scrivere, è verosimile che la gente semplice trovasse nella gestualità uno strumento prezioso per esprimersi e farsi comprendere.
Quanto all’origine dei gesti, di alcuni si trova riscontro nelle figure dipinte sulle ceramiche della Grecia antica, altri invece ci riportano all’antica Roma, come lo scongiuro tutto maschile di portare la mano ai genitali (vedi il culto di Priapo, le raffigurazioni falliche sui muri pompeiani e gli analoghi pendenti che i romani indossavano fin da bambini contro il malocchio).
Interessante anche la storia di un altro gesto ormai universale: mi riferisco alla supplica a mani giunte. È il gesto di preghiera per eccellenza e lo fanno tutti – i credenti davanti al Cristo e le madri davanti al figlio scriteriato. In realtà l’origine del gesto non è religiosa, come si potrebbe pensare, ma nobile. Gli affreschi delle catacombe ci insegnano che nei primi secoli del Cristianesimo si pregava in piedi e a braccia aperte come fanno ancora i sacerdoti durante la Messa. L’altra forma antica della preghiera era quella dell’orante prostrato con il volto a terra (si pensi a Gesù nel giardino di Getsemani – Matteo 26:39, o il modo di pregare dei musulmani).
La preghiera come l’intendiamo noi, quella con le mani giunte, deriverebbe invece dall’atto di omaggio feudale. Durante la cerimonia il vassallo, in ginocchio, metteva le mani giunte tra le mani del feudatario, gli prometteva fedeltà e gli assicurava i suoi servigi in cambio di protezione e mantenimento. Così il cavaliere affidava la propria vita alle mani del suo signore e diventava un suo uomo (dal latino homo da cui homagium, omaggio).
Dall’antica Roma al Medioevo… a Dolce&Gabbana, il linguaggio dei gesti è uno strumento di comunicazione che ci accompagna da millenni e conserva tracce della nostra cultura comune, della nostra storia. In altre parole, possiamo continuare a gesticolare con orgoglio (possibilmente senza virgolette). E a chi – magari figlio di una cultura un po’ più ingessata – dovesse riderne… beh, possiamo rispondere attingendo al nostro repertorio e seguendo pedissequamente le istruzioni riportate alla pagina 94 del delizioso Supplemento al Dizionario Italiano di Bruno Munari, pubblicato nel 1963: “La mano tocca il mento e poi si sposta in avanti…”

Ringrazio Patrizia Scardellato per gli spunti e le ricerche.
Per l’ultimo esempio: Chiara Frugoni, La voce delle immagini. Pillole iconografiche dal Medioevo.

Published in World awareness

Elisabetta Maurutto

Elisabetta Maurutto

Laureata in Interpretazione (inglese e russo) presso la SSLMIT di Trieste e fondatrice di Linklab, dal 2001 porta avanti con determinazione ed entusiasmo il proprio progetto imprenditoriale nel settore dei servizi linguistici. Legge, scrive, e alla passione per le lingue somma una formazione specifica nel campo del marketing e della Business Etiquette.

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