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Ammetto di non avere un’approccio molto emotivo alle arti figurative. Trovo interessante la storia dell’arte e amo girare per i musei, ma confesso che solo di rado un quadro o una scultura riescono a toccarmi e commuovermi quanto sanno fare prosa e poesia. È un limite: mi risulta difficile capire fino in fondo (e forse il problema sta proprio nel bisogno di capire) ciò che sento distante, astratto, e quando si tratta di decidere se un’opera mi piace o meno riconosco di avere un palato artistico poco sofisticato. Mi incantano i fiamminghi, ecco. Credo che Hieronymus Bosch fosse un genio. Trovo gradevoli gli impressionisti, ma diciamocelo, a chi non piacciono? Sono così universalmente popolari da essere riprodotti ovunque, che si tratti di puzzle, tazze o grembiuli da cucina. Credo di aver visto le ninfee di Monet su un portauovo una volta.

Claude Monet, Covoni al tramonto, 1881

Sarà per i colori… L’uso che ne fanno gli impressionisti è immediatamente riconoscibile: sono i colori i veri protagonisti dei dipinti, ciò che li rende unici. Una caratteristica dell’impressionismo era la quasi totale assenza del nero dai dipinti. Come diceva Renoir: “nessuna ombra è nera. Ha sempre un colore. La natura non conosce che i colori, e bianco e nero non lo sono.”
E aveva ragione. Il nero è assenza di colore, e nella sua profondità assume una moltitudine di valenze e significati che non descrivono ma trascendono la realtà delle cose (la morte, la sofferenza, il mistero). Non voler usare il nero in pittura è una scelta filosofica prima che artistica.
Come il silenzio nella musica. L’assenza di suono non ha tono, timbro né intensità. A definirlo è unicamente la durata. Eppure è considerato a pieno titolo una componente della musica.

Anche nella comunicazione verbale la scelta di tacere è un atto linguistico.
Leggevo a tale proposito un interessante articolo di Paul Goodman pubblicato da The New York Review of Books il 20 maggio 1971. Per chi non lo conoscesse, Paul Goodman (New York 1911 – North Stratford, New Hampshire, 1972) è stato uno scrittore, commediografo, poeta, psicoterapista, intellettuale ed esponente dell’anarchismo filosofico. Di lui Susan Sontag ha scritto: “Non c’è stata una voce altrettanto convincente, autentica e unica nella nostra lingua dai tempi di D.H. Lawrence”. Goodman ha una caratteristica: il suo stile è chiaro e immediato e per quanto l’argomento sia accademico riesce a coinvolgere il lettore senza confonderlo. È una guida paziente, che scrive con l’obiettivo di farsi capire. Non è forse questo l’intento di tutti gli intellettuali? No, affatto.
img_3Nel suo articolo intitolato “On Not Speaking”, Goodman esordisce con una verità lapalissiana ma non troppo: “c’è una differenza tra il parlare e il non parlare.” Non è banale quanto sembra. Se partiamo dal presupposto che la comunicazione ha come unica funzione quella di veicolare un messaggio, allora non c’è differenza tra il chiedere a qualcuno di seguirci con un invito cortese o con uno schiocco delle dita. Il messaggio è il medesimo, solo che nel secondo caso la comunicazione è non-verbale. È anche molto meno gentile, però. Schiocchiamo le dita per farci seguire da un cane. “Parlare – sostiene Goodman – significa riconoscere la relazione umana con l’interlocutore.” Non a caso il risentimento si esprime spesso con il broncio, che altro non è se non la negazione deliberata dell’interazione verbale. L’obiettivo è costringere l’altro ad ammettere che ha bisogno della relazione rompendo il silenzio per primo.
Ma c’è silenzio è silenzio, e Goodman ne descrive l’anatomia con il suo consueto stile chiaro e pacato.

“Parlare e non parlare sono entrambi modi che l’essere umano ha di stare al mondo, e di ciascuno esistono diversi tipi e gradazioni. Esiste il silenzio muto del sonno e dell’apatia; il silenzio sobrio che accompagna la solennità di un volto animale; il silenzio fertile della consapevolezza, che nutre l’anima e da cui scaturiscono nuovi pensieri; il silenzio vivo dei sensi all’erta, pronto a dire “questo… questo…”; il silenzio musicale che accompagna un’attività assorta; il silenzio dell’ascolto, che vuole cogliere il senso e incoraggiare la chiarezza in chi parla; il silenzio rumoroso del risentimento e del biasimo verso sé stessi, assordante ma reticente e cupo nell’assenza di parole; il silenzio dello sconcerto; il silenzio della comunione con l’altro o con il cosmo.”

“Per gli esseri umani,” continua Goodman, “il silenzio e la parola sono complementari e si comprendono meglio se presi insieme, quando si delimitano reciprocamente o in contrapposizione, come ho scelto di presentarli. Entrambi sembrano essere condizioni primordiali che l’uomo porta in sé dalla nascita […]. Il bisogno – o la scelta – di non parlare o di parlare è fra le cose più interessanti che ci distinguono.”

Il bisogno di comunicare è insito nell’essere umano. Spesso lo fa troppo, aggiungerei, ma questa è un’opinione personale. Alcuni non smettono mai di parlare, così come altri non smettono mai di scrivere, ma il desiderio è lo stesso: quello di tradurre i pensieri in parole e condividerli. Ma talvolta il flusso di parole va interrotto. Serve silenzio. Di qualsiasi tipo sia.

Published in World awareness

Elisabetta Maurutto

Elisabetta Maurutto

Laureata in Interpretazione (inglese e russo) presso la SSLMIT di Trieste e fondatrice di Linklab, dal 2001 porta avanti con determinazione ed entusiasmo il proprio progetto imprenditoriale nel settore dei servizi linguistici. Legge, scrive, e alla passione per le lingue somma una formazione specifica nel campo del marketing e della Business Etiquette.

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