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Qui nella nostra fucina linguistica la traduzione rientra chiaramente fra i mestieri che siamo chiamate a svolgere, ma spazia altrove, oserei dire. Perché la lingua è fatta così, è una creatura viva e ogni giorno, se la si ascolta, ci fa riflettere e persino cambiare il nostro modo di vedere il mondo. Lavoro in Linklab da quasi un anno ormai, ma oltre alle tante mansioni a cui si deve far fronte in un’agenzia di traduzione, il clima di curiosità e attenzione verso i fenomeni linguistici che ho assaporato qui fa la differenza, in termini di gusto e cura nel fare le cose. Dai nostri piccoli mondi, se vogliamo, possiamo dire quel qualcosa in più, che inevitabilmente arricchisce. Mi sono occupata di traduzione letteraria negli anni addietro e recentemente di traduzione poetica. Mi preme perciò spendere due parole proprio su questo: sulla traduzione letteraria.

Mi è sempre rimasta impressa una citazione del poeta Giorgio Caproni, che fu alla base delle mie successive avventure quando mi sorpresi a tradurre poesia: tradurre un’opera significa salvarne il “movimento”, e a questo aggiunge: “scrivere e tradurre sono esperienze analoghe”.

È con questo, secondo me, che un bravo traduttore letterario si scontra quando viene chiamato a riproporre nella propria lingua madre un romanzo o una poesia. Certo, per tradurre poesia occorre essere anche un po’ poeti, ma la sostanza del discorso non cambia: come si fa a tradurre un sorriso, uno sguardo? Qualcuno dice che bisogna fare come con le persone,

“perché l’eterno dilemma dell’intraducibile, e gli eterni dibattiti sulla traduzione nascono perché non si vuole accettare l’evidenza che Babele non esiste solo in biblioteca, ma nei tinelli, nei letti, negli uffici… e che intendere Rimbaud o la Dickinson in originale, è arduo tanto quanto capire cosa dicono a volte i nostri figli o cosa vogliono davvero dir le donne in certi momenti”

(da Il soleluna della traduzione, www.daviderondonialtervista.org).

Con questo non voglio dire che la teoria della traduzione, di cui si posero le basi sin dalla fine del ‘600 (Anne Le Fèvre Dacier nella sua traduzione de L’Iliade d’Homère, 1699, enuncia un punto interessante: è falso ritenere che nella traduzione non vi sia creazione?) non abbia senso. Anzi, il fatto che con essa si siano misurati e continuino a misurarsi intelletti di primo ordine sta a indicare che il dibattito sulla traduzione non è inutile quanto piuttosto inesauribile.

Tradurre è come muoversi al di qua e al di là di un vuoto interposto tra il testo di partenza e il testo di arrivo, che costringe a una sorta di attraversamento lungo un corridoio scuro, pieno di esitazioni e di slanci per poi arrivare a una creazione. Si tratta per il traduttore di interpretare una certa “cosa”, che sta già nell’originale.

E questa cosa, soprattutto in poesia è il movimento. Il movimento è tutto. Amare è un movimento, tutto ci muove e da tutto siamo mossi. Se a questo si aggiunge la tensione che ogni parola evoca, tradurre diventa davvero un’avventura, un fallimento, un disastro, una gloria, proprio come l’incontro con una persona. Ricordo l’esercizio a cui fummo sottoposti durante una lezione sulla traduzione letteraria: ritradurre Spleen di Beaudelaire. Ci fu uno studente che ritradusse la poesia rendendo fedelmente e magicamente tutte le rime dal francese, senza tradire minimamente il significato delle parole tra i versi. Ma mancava qualcosa, non era viva. Io la ritradussi incurante delle rime, ma rendendo ritmo e spirito. Mi resi conto però di aver tralasciato dell’altro, forse l’ascolto della voce del poeta che avevo tra le mani, non riuscivo a chiuderla. Serve un’obbedienza che chiede di mettere in gioco tutta la libertà e l’invenzione, infatti mi fermai a metà. Beh, Caproni ci mise anni e tentativi mai compiuti per ridare il “movimento” dei Fiori del Male.

Io credo che di fronte a un testo letterario, dunque, è come se si aprisse un dialogo fra autore e traduttore. Il che comporta a volte intendersi a volte no. Se ci si intende vi sarà una perfetta (perfetta nella sua unicità non ripetibile) comunanza di intenti e di resa e di movimento e di stile e di respiro tra il testo di arrivo e di partenza, laddove non ci si intende, beh sarà un fallimento, ma anche un’illuminazione perché ci dimostra quanto la lingua sia veicolo di infinito e per ciò stesso mistero. E questo non può che spronarci ancora di più lungo il suo meraviglioso attraversamento.

 

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Isabella Serra

Isabella Serra

Laureata all'Università Ca’ Foscari di Venezia con specializzazione in lingua e letteratura russa, ha tradotto La forma dell’Anima di Andrej Tarkovskij (Rizzoli 2012), La mia vita nel teatro russo di Nemirovič- Dančenko, (Dino Audino 2016), Anna Karenina (Cult editore 2010). Ha collaborato come articolista sezione poesia e letteratura russa per Edizioni Ares e per la rivista on line Pangea.news. Menzionata al Premio Poesia Camposampiero, dicembre 2018, e al Premio Inedito Colline di Torino, sezione Poesia, maggio 2016. Ha pubblicato Notte per Raffaelli Editore, novembre 2016.

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