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Il tempo passa in fretta. Sono trascorsi anni dalle mie prime filippiche sulle faccine, per le quali mai ho nutrito grande simpatia, ma le cose non sono cambiate. Che quello degli emoji sia un fenomeno dilagante è risaputo, ma da quando hanno fatto la loro comparsa nei messaggi di mio padre, uomo tutto d’un pezzo e poco incline alle frivolezze, ho capito che mi trovavo al cospetto di un fenomeno dalle proporzioni epocali. Papà che mi augura buon viaggio con l’emoji di una tartaruga (“vai piano?”) significa che la lingua scritta è davvero cambiata e urge una riflessione.

Ed eccomi quindi in modalità investigativa, come sempre davanti all’ignoto. Prima di tutto, l’antefatto. Da dove arrivano le faccine? Era il lontano 1982 quando l’informatico statunitense Scott Fahlman impiegò per primo la celebre sequenza “due punti-trattino-parentesi”, o :-). Da quel momento gli emoticon (emotion + icon), rappresentazioni pittografiche di espressioni umane ottenute tramite la combinazione di caratteri tipografici, hanno preso inesorabilmente piede. Dobbiamo però spostarci in Giappone alla fine degli anni ’90 per l’invenzione dei primi emoji – dalla fusione di 絵 (e – immagine), 文 (mo – scrittura) e 字 (ji – carattere) – da parte di Shigetaka Kurita (all’epoca interface designer per l’operatore di telefonia NTT DoCoMo). In quegli anni il numero dei caratteri utilizzabili all’interno di un messaggio era limitato e l’introduzione dei pittogrammi consentiva di esprimere stati d’animo e concetti articolati con maggiore efficacia ed economia.

Il primo set di emoji ideato da Shigetaka Kurita (1998-1999)

Da allora l’invasione degli emoji è stata inarrestabile. Secondo il 2016 Emoji Report, addirittura il 92% della popolazione mondiale attiva online utilizza gli emoji nella propria comunicazione. Le donne un po’ più degli uomini ma non poi così tanto. Dati alla mano, il mio rifiuto di usare le faccine sa sempre più di anacronismo.

La conclusione dello “State of the Union 2015” di Barack Obama… in emoji!

Ma perché le faccine piacciono tanto? Come sono diventate un fenomeno trasversale, indipendente dall’età e dall’estrazione sociale e culturale?

Per trovare una spiegazione occorre tornare indietro nel tempo. Molto indietro. Al primo sistema di scrittura, per l’esattezza. Vengono subito in mente i geroglifici, ma per quanto famosa la scrittura degli Egizi non è la più antica. Il primato spetta infatti ai popoli della Mesopotamia, cui dobbiamo la scrittura nota come cuneiforme. Inventata approssimativamente intorno al 3400 a.C., non era un vero e proprio linguaggio ma un sistema di simboli che servivano a trascrivere lingue diverse fra loro. Originariamente ciascun segno rappresentava l’immagine di una cosa concreta (una pianta, un animale, ecc…). Talvolta poteva essere la parte per il tutto, come una testa di bue per il bue, o un oggetto in relazione a un altro, oppure concetti astratti espressi tramite la raffigurazione di oggetti legati a tali concetti (un piede umano per l’atto del camminare).

Nelle lingue logografiche la caratteristica dei logogrammi (o logogràfi) è quella di esprimere tanto il significante quanto il significato. Roba da primitivi? Anche no. Una simile affermazione è assolutamente scorretta – oltre che un tantino razzista – basti pensare che la stessa scrittura cinese (in tutta la sua complessità e ricchezza) è logografica al pari del geroglifico egiziano.

La complessità di questi sistemi è data anche dal fatto che non utilizzano solo logogrammi ma anche elementi fonetici (le consonanti nei geroglifici egiziani) o fonetico-sillabici (come nel cinese). Inoltre hanno un carattere sovra-linguistico. In altre parole, come chi parla mandarino e cantonese – nonostante le notevoli differenze fra le due varianti – si esprime per iscritto usando gli stessi simboli, anche noi potremmo scrivere in italiano usando il sistema cuneiforme pur non conoscendo la lingua degli assiro-babilonesi! Certo, mancherebbe giusto qualche logogramma per i concetti più moderni (frullatore? telefono? lacca per capelli?) ma in linea di principio sarebbe possibile. E, incredibilmente, se potessimo tornare indietro nel tempo e comunicare per iscritto con Assurbanipal (lui che a quanto pare volentieri socializzava) con ogni probabilità riusciremmo a farci capire.

Quando diciamo (dico!) che l’avvento degli emoji segna il declino della moderna comunicazione dobbiamo (devo!) tenere a mente che il linguaggio alfabetico non è in assoluto il risultato dell’evoluzione della scrittura. L’italiano, che utilizza un sistema alfabetico in cui i grafemi corrispondono ai fonemi, semplicemente non deriva da una lingua logografica. L’origine del sistema alfabetico va infatti ricercata nella scrittura ieratica egiziana, che si sviluppò parallelamente (e non successivamente) a quella geroglifica con funzioni e modalità di esecuzione differenti.

Insomma, nel caso della lingua parlata dagli Egizi il sistema di scrittura logografica (i geroglifici) e alfabetica (ieratica) erano complementari e contemporanei. Per la precisione, il sistema alfabetico era semplice e veloce e per questo veniva usato quotidianamente, mentre i geroglifici, raffinati e dettagliati, erano utilizzati soprattutto per i documenti ufficiali e le iscrizioni.

In altre parole, le culture occidentali hanno scelto i sistemi alfabetici per una questione di praticità e funzionalità. La tecnologia sta però rovesciando la situazione. Se un tempo esprimersi con un pittogramma richiedeva tempo e fatica (non siamo tutti Leonardo da Vinci), adesso possiamo attingere a migliaia di emoji preconfezionati e riassumere un pensiero complesso in un unico simbolo.

Di più, è innegabile che gli emoji, nella loro semplicità (e proprio in virtù della stessa) possono essere considerati il primo vero linguaggio globale. Qualcuno contesterà che sì, saranno anche un linguaggio globale ma non possono essere utilizzati al di là di un banale messaggio. E invece no, o per lo meno questo ha voluto dimostrare Fred Benenson, ingegnere informatico di Kickstarter (piattaforma di finanziamento collettivo per progetti creativi). Al contrario della sottoscritta, l’Ing. Benenson ha sempre adorato le faccine e le considera forma espressiva artistica e rivoluzionaria. Tanto gli piacevano che ha deciso di tradurre in emoji uno dei capolavori della letteratura mondiale: nientemeno che Moby Dick di Hermann Melville. È nato così Emoji Dick (gesummaria). Un’opera definita “astoundingly useless” (“di un’inutilità sconvolgente”) ma che di fatto (e in barba ai barbosi) è entrata a far parte della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti.

L’opera è acquistabile al sito http://www.emojidick.com/ per la modica cifra di $ 40 nella versione tascabile e $ 200 nella versione rilegata. Del resto, come riporta orgoglioso Benenson nell’home page del progetto, “oltre ottocento persone hanno lavorato approssimativamente 3.795.980 secondi per creare questo libro”. Chi, visto il periodo natalizio, fosse ancora a corto di idee per un libro strenna, può accogliere il suggerimento.

Se davvero valga la pena di tradurre i classici in emoji non sta a me deciderlo (anche se temo un po’ il giorno in cui in libreria troverò I Promessi Emoji), ma l’avvento dei logogrammi nella comunicazione scritta del III millennio (a oltre 6 millenni di distanza dall’invenzione della scrittura cuneiforme) è di certo un fenomeno che merita di essere preso seriamente.

Per quanto mi riguarda sono a un bivio. Ora che ai miei occhi le faccine hanno conquistato una nuova dignità comincerò a usarle? Oppure continuerò con ieratica (pun intended) ostinazione a digitare interi paragrafi sul minuscolo e odiatissimo tastierino virtuale del mio telefono combattendo con l’arroganza miope e cocciuta del correttore ortografico? Citando il poeta americano James Russell Lowell: “only idiots and dead men never change their opinions and views” (“solo gli imbecilli e i morti non cambiano mai idea”).

(bah…)

 

 

 

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