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I dubbi delle mamme di una volta erano calcio o pallacanestro, pianoforte o chitarra. Ma almeno sulle lingue i dubbi erano pochi. Per i bambini ci voleva l’inglese! Adesso l’inglese si dà per scontato. Lo devono conoscere persino i presidenti del consiglio. E i nuovi bivi educativi impongono scelte sempre più difficili. Che strada prendere: cinese o portoghese? E il portoghese è meglio che sia brasiliano?

Quando nel 2003 Cesare Romiti, già Amministratore Delegato dell’IRI e di Fiat, aveva deciso di creare la Fondazione Italia Cina poche persone avevano intuito il senso di un percorso. I più scettici non comprendevano perché le aziende italiane avessero bisogno di un appoggio e di un sostegno nelle proprie attività sul mercato cinese e perché le aziende cinesi potessero aver bisogno di aiuto sul mercato italiano. Qualcuno ha deciso di accompagnarle nella conoscenza di un paese e di un codice di comunicazione che non fosse solo compreso ma agito. Gli imprenditori e i manager più disponibili hanno accettato di studiare la lingua e la cultura del paese. Insegnare un linguaggio significa non solo ricordare Marco Polo o Matteo Ricci. Per imparare a conoscere le dinamiche del mercato cinese le imprese hanno bisogno di organizzazioni che infondano loro tutta la fiducia che serve per affrontare un paese con una lingua parlata, nelle sue evoluzioni, da seimila anni. Nessuno sa con precisione quanti siano i caratteri cinesi. Il dizionario ne elenca oltre cinquantaquattromila. Il cinese è una lingua viva come la popolazione che la parla. I segni trattengono ancor oggi nelle forme il riflesso di primitivi pittogrammi, espressione tangibile di una cultura millenaria esplorata in Italia da sinologi come Edoardo Fazzioli. La parola lavoro è un segno semplice che può essere interpretato in due modi diversi. Probabilmente l’origine era il disegno dell’antica squadra del carpentiere. Unita al carattere di forza la stessa parola significa in cinese meritorio: un lavoro di tutto impegno insomma. Il segno di un uomo dopo il carattere di lavoro crea la parola operaio. La grafica della parola forza avrebbe origine da un braccio mascolino nell’atto di gonfiare il muscolo bicipite. Mettendo sopra il carattere forza quello di risaia si ottiene la parola maschio, colui che adopera la sua forza nel lavoro dei campi (peccato che tuttora nei campi cinesi lavorino molte donne). Una lingua commerciale e politica emergente è senz’altro il portoghese. Parlato in Portogallo, Mozambico, Guinea-Bissau, Capo Verde, Angola, Timor-Leste, Sao Tome, il portoghese è diventato pratica commerciale e politica in virtù dei successi economici del Brasile. E sarà semplice trovare qualcuno che ha deciso di imparare il brasiliano, studiando le molte parole che hanno subito una mutazione oltre Atlantico. Portogallo e Brasile hanno negoziato a lungo lo spelling ufficiale di alcune parole. Attraverso un accordo ortografico il Portogallo ha accettato che alcune parole fossero scritte ufficialmente in brasiliano. La lingua racconta il cambiamento degli equilibri geopolitici e il declino del Portogallo, accompagnato da una migrazione di giovani portoghesi che fuggono verso il Brasile pur di evadere dalla depressione dell’Europa mediterranea. Questi portoghesi in fondo godono di un vantaggio: 250 milioni di persone in 4 continenti parlano già la lingua di aziende come il Banco do Brasil, Vale, Mozal SARL, Sonangol Group o Alpargatas.
Portoghese o cinese? Ma allora perché non parlare arabo? La Turchia, nel suo tentativo di diventare di nuovo il ponte tra Occidente e Medio Oriente, ha introdotto l’arabo nelle scuole elementari. Sì, nel dubbio le mamme possono scegliere per i loro figli anche l’arabo: in fondo è la sesta lingua più parlata al mondo. Ed è parlata da persone di paesi molto vicini a casa nostra.

N. B. A noi quarantenni che nel doposcuola studiavamo “the cat is under the table” può essere utile studiare almeno le basi delle lingue di questi mercati: stavolta il felino si chiama zhì (in cinese).

Published in World awareness

Andrea Notarnicola

Andrea Notarnicola

Andrea Notarnicola, partner di Newton Management Innovation – Gruppo 24 Ore e training manager di Parks, è consulente di direzione per il cambiamento culturale. Autore di numerosi volumi e serie sulla gestione d’impresa, è editorialista de L’Impresa – Mensile di management del 24 Ore e lecturer presso università e business school. Sui paradossi di un mondo autoreferenziale si è espresso anche in forma satirica attraverso i libri di Zzzoot, divenuti una trasmissione di successo di Radio24.

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