Menu

La ragazza nelle vignette qui sopra non nasconde la sua preoccupazione: i suoi occhioni manga trasmettono l’angoscia per non essere in grado di comprendere ciò che il ragazzo, evidentemente bisognoso di aiuto, le sta dicendo. Chi potrà mai assisterla? Forse qualcuno in grado di parlare il “L33T”, o “1337”, o “£33′][‘”…

Alcuni di voi avranno capito di cosa stiamo parlando; altri avranno già alzato la cornetta per chiamare il 112 e farci ricoverare.

Ebbene, stiamo parlando del “Leet”, un linguaggio (e come potrebbe essere altrimenti, in questo blog?) cifrato, un genere di comunicazione scritta che, nel corso degli anni, è andato sostituendo ad alcune o tutte le lettere di una parola altrettanti numeri o $imboli grafic@mente affini a quell1 che siam0 abituati a leggere correntemente, a volte addirittura senza che ci rendiamo conto che ci sia qualcosa di “diverso” nel testo che stiamo osservando.

Questo accade principalmente con le lettere maiuscole, e così il numero 3 assomiglierà a una E rovesciata (come noi, figli di boomers, abbiamo osservato per la prima volta, forse, nella serie TV “NUMB3RS”, andata in onda dal 2005 al 2010), oppure il 2 ricorderà una Z e l’1 una I, e così via…

Ma come nasce questo cifrario ormai non più tanto segreto? Quando Internet era ancora una “cosa da nerd”, che solo pochi comprendevano e cui ancor meno avevano accesso, nacquero i primi Internet cafè, luoghi di natura a volte ambigua in cui era possibile crearsi un nome utente e una password e navigare e chattare con perfetti sconosciuti in quelle che erano chiamate “bacheche”. Queste erano suddivise in riquadri in cui gli utenti potevano inviarsi file, scambiare messaggi, leggere documenti, post e notizie di vario genere. Alcune funzionalità, tuttavia, erano precluse al “volgo”: solo chi godeva dello status di “élite” poteva accedervi. E fu proprio da qui, da questo nome, che nacque il termine “leet”, come contrazione della parola élite. Pare che il termine derivi da 31337, termine coniato dal Cult of the Dead Cow, un gruppo di hacker “buoni”, uno dei cui membri riuscì a ottenere un colloquio con l’allora Presidente Clinton per informarlo in materia di Internet e cybersicurezza.

Nel tempo, il cosiddetto “1337 5P34K” (= leet speak) sviluppò anche alcuni termini propri, provenienti dal mondo dei videogames. Molti di questi termini derivano da errori di battitura (es. teh al posto di the, che diventa così 73h), oppure da inversioni intenzionali di lettere (es. Pr0n al posto di porn); alcuni suffissi possono essere modificati, come accade spesso con -er che viene sostituito da -or (così, hacker si trasforma in h4x0r), oppure si può seguire la fonetica (in questo modo, you diventa j00, come suona il pronome quando segue una parola che finisce per -t, ad esempio in get you).

A questo punto, siamo abbastanza addentro questo nerdeggiante linguaggio da comprendere ciò che assilla il ragazzo nella vignetta. Ecco cosa sta dicendo:

EYE NEED HELP! (I need help, Ho bisogno di aiuto!)

EYE NEED JOO TO GATZ DA DOCTOR. (I need you to get the doctor, Ho bisogno che chiami un dottore.)

EYE GOTZ SOME BAD PAIN IN MA CHEST, I NEED MA PILLZ! (I’ve got some bad pain in my chest, I need my pills, Ho un forte dolore al petto, mi servono le mie medicine!)

Nel corso degli anni, tuttavia, l’interesse nei confronti di questo codice comunicativo è andato scemando, al punto che l’utente che fa un uso eccessivo del l33t rischia di essere bollato come n00b (da newbie, neofita, pivello, o nabbo, nabbone, nub in italiano). Che fare, allora? Usarlo con moderazione, ad esempio nella creazione di password che richiedano maiuscole/minuscole/numeri/simboli/formule matematiche/bosoni di Higgs (es. M4r1o_R0551), oppure per creare il proprio username nei giochi online multi-giocatore.

Ma ci sono ancora alcuni ambiti in cui è possibile trovare leet-speakers:

abbiamo siti che “traducono” in leet ciò che scriviamo, come https://1337.me/; esiste la versione di Google in leet (https://www.google.com/?hl=xx-hacker) e, recentemente, anche alcuni cantanti italiani ne sono stati rapiti:

nel 2019 esce il primo album di tha Supreme, intitolato 23 6451 (= Le basi), in cui i titoli di ogni canzone sono scritti in leet. Più recentemente, a marzo di quest’anno Ermal Meta scopriva questo divertente linguaggio e twittava “Raga ho scoperto l’hashtag 3rm4l m3t4 che sarebbe il mio nome scritto strano. Sto morendo dal ridere”.

E noi ridiamo con lui, ché, come diceva William Makepeace Thackeray, “una bella risata è il sole in casa”.

Firmato:

M4rz14 Gh3rb4z

Published in World awareness

Marzia Gherbaz

Marzia Gherbaz

Laureata in traduzione presso la SSLMIT di Trieste, a giugno 2015 entra a far parte del team di LinkLab. A luglio 2019 è vincitrice del concorso Oceano di Carta col racconto “Da bambino voleva guarire i ciliegi”, pubblicato nell’antologia “’U Sfinciuni” (Sensoinverso). A maggio 2020 esce il suo primo romanzo, “E vivere. Il tempo delle successioni” (Robin edizioni). Lettura e scrittura, gastronomia e natura sono le sue passioni.

Leave a comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*