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“Ma perché i pellerossa si chiamano indiani se vivono in America?”
La logica di un cinquenne non ammette incongruenze: forse che in India vivono gli americani? Allora glielo spiego, che Cristoforo Colombo aveva sbagliato continente ma era ostinato e orgoglioso e non voleva fare una figuraccia ammettendo l’errore. Del resto può capitare a tutti di prendere una cantonata. Succede di tanto in tanto anche a nonno con le sue proverbiali scorciatoie, sebbene i lagunari gli abbiano insegnato a orientarsi osservando i muschi. Il fatto è che oggigiorno di muschio ce n’è sempre di meno. Non ce n’era nemmeno nell’Oceano ai tempi di Colombo… tutto torna. La logica è soddisfatta, l’incongruenza spiegata e la curiosità placata fino al prossimo perché.

mappa delle Americhe
Mappa delle Americhe di Sebastian Münster, pubblicata nel 1540.

Detto questo, la scoperta dell’America rimane uno degli esempi più celebri di un fenomeno per il quale noi italiani non abbiamo un termine. Una lacuna irritante al punto che abbiamo creato un neologismo dall’inglese ma senza troppa convinzione, tant’è che non lo usa nessuno o quasi.

La parola in questione è serendipity (o serendipità, ma a tradurla così son buoni tutti).
Cinque deliziose sillabe che scivolano sulla lingua come una formula magica. E in fondo questo vocabolo racchiude tutto il mistero di certe catene d’eventi fortuite eppure incredibilmente fortunate. Dalla scoperta dell’America a quella della penicillina, dall’invenzione delle patatine fritte a quella del Viagra (la famosa losanghetta blu è il frutto della ricerca di una cura per l’angina pectoris…), storia e scienza sono costellate di tappe cruciali, memorabili eppure completamente casuali. Un briciolo di intuizione e molta, molta fortuna: serendipity, appunto.
Ma quali sono le origini di questo vocabolo che rimane a mio avviso uno dei tesori più belli del lessico inglese?
Innanzitutto si tratta di una cosiddetta parola d’autore. Per “parole d’autore” (dal francese mot d’auteur) s’intende una particolare sottocategoria di neologismi che, nella definizione del linguista Bruno Migliorini, comprende i “termini coniati da persone note”. In questo caso la paternità linguistica spetta nientemeno che a Horace Walpole (sì, proprio lui, quello del Castello di Otranto, primo vero romanzo gotico della letteratura inglese), quarto Conte di Orford e figlio del meno visionario Sir Robert Walpole, primissimo Primo Ministro del Regno di Sua Maestà.
A ispirare il neologismo fu un’opera di Cristoforo Armeno, scrittore e traduttore italiano di origini mediorientali vissuto nel XVI secolo. Fu infatti dopo aver letto la sua traduzione del racconto orientale intitolato Viaggi e avventure dei tre principi di Serendippo (Serendip era l’antico nome persiano dello Sri Lanka) che, il 28 gennaio 1754, Walpole scrisse all’amico Horace Mann. Nella lettera raccontava di aver coniato un nuovo termine ispirato alle vicende dei tre principi, “[who] were always making discoveries, by accidents and sagacity, of things they were not in quest of” (che facevano continue scoperte, per caso o per arguzia, di cose che nemmeno cercavano).
Non solo casualità, dunque, ma anche intraprendenza e spirito di osservazione. Si potrebbe dire che serendipity è il modo che il destino ha di premiare chi osa e non si arrende. Una ricompensa che la sorte riserva a tenaci e visionari, con o senza caravelle.

La Gazza Ladra ruba, esulta e ringrazia.

Published in World awareness

Elisabetta Maurutto

Elisabetta Maurutto

Laureata in Interpretazione (inglese e russo) presso la SSLMIT di Trieste e fondatrice di Linklab, dal 2001 porta avanti con determinazione ed entusiasmo il proprio progetto imprenditoriale nel settore dei servizi linguistici. Legge, scrive, e alla passione per le lingue somma una formazione specifica nel campo del marketing e della Business Etiquette.

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