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A Natale tutti trovano un libro sotto l’albero. Anche chi non legge mai. Anche chi i libri li dispone per colore o per ordine d’altezza. Il libro a Natale è il regalo jolly, soprattutto in questi tempi di austerità. Costa (relativamente) poco e nessuno ha il coraggio di criticarlo. Protestare per aver ricevuto un libro è politicamente scorretto e la regola universale è “sorridi, ringrazia e abbozza”. Sempre. Anche se la quarta di copertina promette cinquanta sfumature di tedio moltiplicate per cinquecento pagine in corpo 8.
Dicevo, chiunque a Natale riceve un libro. Verosimilmente più d’uno. Talvolta uguali ma fa niente. Tranne chi legge davvero. All’inizio non ci facevo caso, poi il sospetto e dal sospetto la certezza: se parenti e amici scartano pile di volumi, tra i miei pacchi il familiare parallelepipedo è cosa rara. Il perché è chiaro: nel mio caso il problema è che leggo molto e quasi esclusivamente testi stranieri e mi rendo conto che la scelta di un titolo può diventare imbarazzante. Ammetto però che ci rimango sempre un po’ male.
Per fortuna ci sono le amiche. C’è Lulù, in particolare, donna piena di coraggio che davanti alla mia spocchia letteraria non fa una piega. Anzi, raccoglie il guanto. E così una sera dopo avermi fatto abbassare la guardia con un’ottima cena mi presenta un pacchetto. Un parallelepipedo. E mi allarma con il suo adorabile entusiasmo dicendo: “ne ho comprati due. Uno per te e uno per me. Li leggeremo insieme.” Mi mostra addirittura un ritaglio di giornale che parla di stile impeccabile, di personaggi indimenticabili, di una lettura incantevole. Un milione di superlativi per descrivere questo romanzo. È del genere chick lit: “letteratura per donne”… no, nemmeno donne, chick sta per “pollastre”. Non so chi abbia coniato il termine, sessista e fastidioso, ma a questo genere letterario emerso negli anni ‘90 tra l’Inghilterra e gli Stati Uniti va dato il merito di aver reinventato la letteratura femminile, abbandonando gli schemi del romanzo rosa tradizionale e restituendo una prospettiva femminile inedita, post-femminista e umoristica. Ecco, questo in difesa dei romanzi scritti dalle donne di oggi per le donne di oggi, anche se non sono tutte Rebecca Solnit o Erica Jong.
Ma difendere un genere letterario non significa amarlo. Per usare un aforisma: “non sono d’accordo con quello che dici, ma sono pronto a dare la vita per il tuo diritto di dirlo”. Così mentre scarto il mio volume tutto colorato sorrido, ringrazio e abbozzo. E a Lulù voglio così bene che già lo so, arriverò alla fine costi quel che costi.
Lo porto a casa con me e lo guardo sospettosa. Rimane sul mio comodino per un paio di giorni, poi per amor di Lulù lo metto in cima alla pila dei titoli da leggere. Il libro per pollastre scavalca con sfrontatezza Atlas shrugged di Ayn Rand e Le deuxième sexe di Simone de Beauvoir. Aspetteranno.
Finalmente lo affronto ed è peggio del previsto.
La storia è leggera ma originale, c’è il conflitto, c’è il cambiamento e c’è Parigi. E con Parigi di mezzo qualcosa da raccontare c’è sempre. Potrebbe anche funzionare, ma il problema è lo stile. Forzato, incerto, disattento, pieno di calchi dall’inglese. Alcune frasi sono del tutto inintelligibili. La colpa, è evidente, non è dell’autrice (il cui stile – che si intuisce chiaramente dalle strutture dell’italiano, spesso ricalcate in modo pedissequo dall’originale – è al massimo piatto, ma non tanto clamorosamente sgraziato) ma, ahimè, di chi ha tradotto.
La lettura diventa irritante, accompagnata da una sensazione d’inganno e tradimento. Non sto leggendo la storia scritta dall’autrice, ma una versione italiana elaborata in modo frettoloso e grossolano.
Se mai avessi dimenticato perché da anni rifiuto di leggere opere tradotte (fatto salvo qualche particolare autore asiatico o dell’est europeo), il libro per pollastre mi ha riaperto gli occhi. Mi si ricorderà che sono del mestiere. Che se davvero il binomio traduttore-traditore fosse accurato tutto il mio lavoro perderebbe di credibilità. Non proprio. Casi come quello del libro che sto leggendo dimostrano quanto questo mestiere sia complesso, impossibile da improvvisare. Non basta conoscere una lingua, per quanto bene. Bisogna saper giocare con le parole, avere il gusto per il dettaglio e una percezione “estetica” del linguaggio. La traduzione non è scrittura di serie B. Chi meglio di Umberto Eco avrebbe potuto rendere gli Esercizi di stile di Raymond Queneau? E Il processo di Kafka tradotto da Primo Levi? O La Signora Bovary di Flaubert nella traduzione di Natalia Ginzburg? Gli esempi non si contano, e dimostrano che l’incontro di un’opera letteraria con una lingua e una cultura diversa richiede la stessa cura, la stessa dedizione e lo stesso talento (linguistico se non creativo) di chi il testo l’ha creato.
In difesa della collega che ha tradotto il libro per pollastre posso chiamare in causa le scadenze sempre troppo ravvicinate e i compensi spesso risibili accordati dalle case editrici, sebbene ritengo esista una deontologia professionale che dovrebbe trattenere dallo scrivere bestialità.
In Europa le traduzioni costituiscono ancora una fetta importante del mercato dell’editoria.
Secondo alcuni dati pubblicati dalla BBC nel 2014, in Inghilterra la letteratura straniera – tradotta in inglese – copre a malapena il 3% delle opere pubblicate, mentre in Francia tale dato sale al 27%, al 28% in Spagna e al 70% (!!!) in Slovenia.
Secondo il Rapporto sullo stato dell’editoria in Italia 2014 (un rapporto piuttosto avvilente, che parla di un paese in cui si legge e si pubblica sempre di meno), invece, a casa nostra le traduzioni da altre lingue costituiscono il 17,4% dei titoli.
Un dato in calo rispetto al passato, legato indubbiamente alla crisi e a scelte sempre meno coraggiose da parte delle case editrici. Pubblicare autori stranieri, sconosciuti, è sempre un rischio e tradurre costa. Allora si risparmia, tirando sui compensi e saltando qualche passaggio. Ma risparmiare non è sempre una buona idea, quando c’è di mezzo l’arte, e un cervello frustrato (e sfruttato) di rado è un cervello ispirato.
Per chi si chiedesse come procede la temutissima lettura in tandem, qualche giorno fa Lulù è venuta da me per un tè. Ha visto il libro sulla mensola, e il segnalibro ben oltre la metà.
“Oh, tesoro,” mi ha detto, “volevo chiamarti per dirti di lasciar stare… è scritto talmente male che leggerlo è un supplizio, non so se riuscirò ad arrivare alla fine…”

Published in World awareness

Elisabetta Maurutto

Elisabetta Maurutto

Laureata in Interpretazione (inglese e russo) presso la SSLMIT di Trieste e fondatrice di Linklab, dal 2001 porta avanti con determinazione ed entusiasmo il proprio progetto imprenditoriale nel settore dei servizi linguistici. Legge, scrive, e alla passione per le lingue somma una formazione specifica nel campo del marketing e della Business Etiquette.

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