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Giorno 2 dell’intervento di manutenzione straordinaria all’ascensore di Palazzo Pimodan.

Lo si sapeva da un po’, che l’ascensore sarebbe stato fuori servizio per un paio di settimane, ma sono quelle cose che uno dimentica. Fino a ieri, quando, cominciando la giornata con un ottimismo e un buonumore del tutto insoliti per un lunedì, arrivata nell’atrio ho atteso. E atteso. E atteso.

Poi due ascensoristi, bontà loro, mi hanno ricordato che alla fin fine ERA lunedì.

E che in questo specifico lunedì l’ascensore non funzionava.

Ringraziando mi sono avviata per le scale, andando incontro a una giornata che si preannunciava molto ma molto in salita, letteralmente.

Gradino dopo gradino, mi sono detta che l’ascensore è davvero una grande invenzione. Dai primi modelli progettati da Archimede di Siracusa alla sedia volante di Versailles fa parte delle nostre vite rendendole un po’ meno grame e quando non c’è si sente, eccome.

Forse non tutti lo sanno, ma quando si tratta di scale noi italiani siamo fra i più pigri al mondo.

Secondi solo agli spagnoli, nel nostro paese ci sono ben 14,7 ascensori ogni 1000 persone. Chi l’avrebbe detto? Più che negli Stati Uniti, più persino che a Hong Kong o in Giappone! E sì che mica siamo la patria dei grattacieli… Facciamo finta per un momento che sia per una nobile sensibilità nei confronti delle barriere architettoniche (mai girato per i marciapiedi del centro spingendo un passeggino?) sta di fatto che a italiani e spagnoli fare fatica proprio non piace.

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Ebbene, come ogni aspetto rilevante dell’umana esistenza, anche l’ascensore si presta a considerazioni di tipo antropologico ed è specchio di ben più profonde e radicate differenze culturali.

Penso agli studi sulla comunicazione interculturale. Chiunque si occupi di comunicazione sa che l’aspetto linguistico è solo uno (e nemmeno il più importante) degli elementi che definiscono l’interazione fra individui appartenenti a culture diverse. Gli studi dell’antropologo americano E.T. Hall negli anni ‘50 furono la base per una nuova consapevolezza delle innumerevoli risorse che entrano in gioco nello scambio comunicativo fra individui, in un’ottica di rispetto e di ascolto. Rispetto e ascolto. Capire la diversità, contestualizzarla. Tollerarla, se apprezzarla non si può. Si chiama intelligenza culturale ed è il fulcro della convivenza civile.

Che serva, oggi più che mai, è un dato di fatto.

Ma torniamo agli ascensori.

Fu proprio Hall, nel corso dei suoi studi, a definire l’uso dello spazio da parte dell’individuo come una “specifica elaborazione della cultura”, coniando a tale proposito il termine prossemica.

La prossemica è, in breve, quella disciplina semiologica che studia la gestualità, i comportamenti, nonché la gestione dello spazio e delle distanze all’interno di un processo comunicativo, verbale e non.

Si tratta di uno campo di studio estremamente interessante, che evidenzia e codifica con precisione i tratti più distintivi delle diverse culture giungendo alla formulazione di generalizzazioni fondate (che, attenzione, sono ben altra cosa dallo stereotipo!), reali e dimostrabili.

L’ascensore, angusto microcosmo, si è rivelato fin da subito un ambiente ideale in cui testare le teorie di Hall sull’uso dello spazio ed esiste addirittura una prossemica dell’ascensore, ovvero lo studio dell’uso dello spazio (e conseguentemente dei comportamenti) all’interno degli ascensori.

L’esperto più citato in materia è lo psicologo Layne Longfellow, classe 1937. In un ormai celebre articolo pubblicato nel 1977 sul New York Times, Longfellow scrisse: “Ci sono solamente tre momenti della nostra vita in cui ci ritroviamo costretti in uno spazio angusto, senza finestre, chiuso e senza via d’uscita immediata: nella tomba, nel grembo materno, e in ascensore. Tra questi, l’ascensore è l’unico che condividiamo con degli sconosciuti”. 

Claustrofobia a parte, è proprio così. Longfellow è considerato in America il massimo esperto dell’argomento, sebbene qualcuno attribuisca cotanta fama più al fortunato incontro di notorietà, arguzia e abilità aforismatica che a una robusta base teorico-scientifica. Ma tant’è.

In uno dei suoi articoli, Longfellow ha detto però una cosa molto vera:

“Everyone knows how you’re supposed to behave on an elevator

but nobody has ever been told how. ”

(“Tutti sanno come ci si comporta in un ascensore,

ma a nessuno è mai stato insegnato. ”)

Esistono regole tacite ma codificate che ci consentono di superare il disagio derivante dal condividere uno spazio tanto angusto con dei perfetti sconosciuti. Tali regole sono legate a fattori come sesso, cultura e nazionalità.

È interessante, ad esempio, osservare come la distribuzione delle persone all’interno dell’ascensore vari sostanzialmente in Europa e nel resto del mondo.

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Immagine tratta dal film “Lost In Translation” (2003), di Sofia Coppola, con Bill Murray e Scarlett Johansson.

In America, per esempio, o anche in Giappone, la distribuzione dei passeggeri segue una dinamica ben precisa. Normalmente il primo a entrare si posiziona vicino alla pulsantiera o nella parte posteriore dell’abitacolo. Il secondo va nell’angolo opposto. Il terzo e il quarto si dispongono nei due angoli rimanenti. Il quinto sul retro, in centro. E dal sesto… ah beh, dal sesto in poi cominciano i problemi e l’obiettivo rimane uno e uno solo: evitare a tutti i costi il contatto fisico… e il contatto visivo (meglio guardare i tasti o il display). È dimostrato che gli uomini si tengono a distanza maggiore fra di loro di quanto non facciano le donne, e pare che indossare abiti sgargianti aiuti a tenere gli altri lontani, poiché anche l’eccessiva stimolazione visiva contribuisce ad aumentare lo stress sensoriale che determina la sensazione di disagio. La regola è stare sempre rivolti verso le porte dell’ascensore e guai a chi osa fare il contrario!

Nel 1962 Solomon Asch, psicologo polacco famoso per i suoi esperimenti e le sue teorie in materia di psicologia sociale (soprattutto in relazione ai processi di conformità sociale), condusse un esperimento divertente quanto rivelatore. In una famosa candid camera chiese a tre persone di salire in ascensore con le spalle rivolte alle porte. Insieme a loro un ignaro quanto imbarazzato passeggero che, dopo un momento iniziale di evidente disagio, finiva invariabilmente per uniformarsi, girandosi a propria volta.

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Video della candid camera dal titolo “Face Rear”, di Solomon Asch.

Ma questo era un esperimento sulla conformità sociale. Altri esperimenti successivi hanno dimostrato che salire in un ascensore affollato dando le spalle alle porte e (per carità!) cercando il contatto visivo con gli altri passeggeri è considerato un comportamento socialmente inaccettabile e di conseguenza minaccioso, tanto da portare in certi casi all’intervento della sicurezza. L’idea è: “se questa persona è in grado di violare una norma sociale tanto semplice e fondamentale, chissà di cos’altro è capace…”

In Europa le regole sono diverse ma altrettanto codificate. Le persone tendono ad appoggiarsi alla parete creando un semicerchio. Anche qui si evita il contatto visivo (che potrebbe essere visto come preludio a un faticoso e indesiderato scambio di convenevoli) e si finisce per studiare il soffitto, la punta delle scarpe, la pulsantiera o la targa del peso massimo consentito.

Ma perché tanto fastidio? All’origine del disagio c’è la violazione dello spazio vitale o bolla prossemica, che indicativamente (esistono variazioni da cultura a cultura) va da 70 cm a 1 metro.

La bolla prossemica non è sempre uguale, beninteso. Varia anche a seconda del grado di confidenza e intimità fra gli individui.

Le distanze prossemiche individuate da Hall (per ciascuna delle quali esiste un intervallo vicinanza/lontananza) sono le seguenti:

– Distanza intima: ≤45cm (implica un elevato grado di coinvolgimento, spesso il contatto fisico. A questa distanza si avvertono l’odore e il calore dell’altro, se ne percepiscono le emozioni);
– Distanza personale: da 45cm a 70cm/1m (la distanza che si tiene con gli amici e le persone con cui si è in confidenza. Toccare l’altro è possibile, ma per farlo si è costretti a spostare il proprio baricentro);
– Distanza sociale: da 120cm a 2m (la distanza che caratterizza i rapporti formali, con persone con cui non si è in grande confidenza);
– Distanza pubblica: ≥2m (la distanza che ci permette di percepire e venire percepiti dagli altri, ma come parte dell’ambiente).

Insomma, non sorprende che proprio nell’ascensore, ambiente in cui ci si ritrova a una distanza “intima” da perfetti sconosciuti, l’uomo abbia sentito l’esigenza di adottare comportamenti codificati per superare una situazione di indiscutibile disagio.

Per quanto mi riguarda, ammetto che fra il tedio di dover salire a piedi le lunghe rampe di Palazzo Pimodan e il fastidio causato da una momentanea invasione della mia bolla prossemica la seconda mi sembra tutto sommato il male minore. Ho forse imparato a superare i limiti del mio spazio vitale? O sono, in fondo, spudoratamente e inguaribilmente pigra?

L’ennesimo quesito senza risposta, temo.

E per concludere, in questi giorni di ritrovata mobilità verticale, una citazione del Poeta:

“Tu proverai sì come sa di sale
lo pane altrui, e come è duro calle
lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale.”

Appunto.

 

 

Published in World awareness

Elisabetta Maurutto

Elisabetta Maurutto

Laureata in Interpretazione (inglese e russo) presso la SSLMIT di Trieste e fondatrice di Linklab, dal 2001 porta avanti con determinazione ed entusiasmo il proprio progetto imprenditoriale nel settore dei servizi linguistici. Legge, scrive, e alla passione per le lingue somma una formazione specifica nel campo del marketing e della Business Etiquette.

2 Comments for "Fuori servizio"

  • Fabio

    E’ la prima volta che provo a leggere questo blog. Interessante e divertente.
    Sei davvero in gamba Elisabetta

    Reply
  • RENZO MAURUTTO

    sempre interessante leggere disquisizioni intelligenti

    Reply

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