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Enter, Stranger, at your Riske:

Here there be Tygers

(Stephen King’s Danse Macabre)

Nota importante: sarò logorroica. Lo so, mi scuso in anticipo ma con Stevie è così purtroppo, quindi abbiate pazienza. Non è un caso che sia stato l’argomento della mia tesi di laurea. Si tratta di un amore adolescenziale e quelli, si sa, sono i più intensi.

Nel 1998, dopo aver letto tutto il leggibile della produzione di Stephen King, ho preso la risolutiva decisione di affrontare la professoressa di Letteratura Inglese della Scuola Interpreti e di comunicarle: “Prof, voglio scrivere la mia tesi di laurea sul Macrotesto di Stephen King, cosa ne pensa?”. Superato l’iniziale stupore, sono riuscita a suscitare un minimo di entusiasmo (o, perlomeno, una perplessa accettazione) nei confronti di un argomento che poco si addiceva allo standard delle tesi di laurea in traduzione, tutte terminologia e glossari.

Et voilà, nel corso di un anno mi sono sciroppata le edizioni italiane e inglesi di una trentina di libri del Re. Poi ho avuto bisogno di una pausa. Una lunga pausa.

Siamo alla fine del 2013, vedo siti che diffondono la pubblicazione di Doctor Sleep, sequel dell’adorato Shining, digito www.amazoeccetera, e dopo pochi giorni ho a casa le mie 500 e passa pagine in inglese, che divoro in un paio di settimane. Poi, presa dal delirio della scrittura, compro On Writing, il vademecum dell’aspirante scrittore, sempre in inglese.

Quest’estate, girellando tra le corsie di una libreria, vedo in offerta Joyland, che ancora non ho letto. Sarà una perfetta lettura vacanziera, penso, e lo compro. Leggo poche pagine e qualcosa non mi torna. Procedo, e continua il mio disorientamento. Infilo un dito tra le pagine e torno indietro fino al frontespizio, dove capisco cosa mi aveva lasciata interdetta: il traduttore non è il buon vecchio amico Tullio Dobner (non nel senso che sia REALMENTE mio amico, beninteso, magari!), bensì Giovanni Arduino. Chi? Mi vergogno della mia ignoranza e, ovviamente, decido di approfondire.

Chi, come me, legge da anni Stephen King, sa che in italiano i suoi libri sono da sempre tradotti da Dobner (a parte poche eccezioni, come Shining tradotto da Adriana Dell’Orto). Per trent’anni, Tullio Dobner ha modellato il suo stile di scrittura (ricordiamoci sempre che un bravo traduttore deve essere innanzitutto un bravo scrittore), adattandosi al linguaggio in evoluzione che King andava plasmando nel tempo.

Nei vari blog degli appassionati kinghiani aleggiano commenti più o meno lusinghieri nei suoi confronti; troviamo chi si complimenta con lui per esser sempre riuscito a ricreare il ritmo narrativo dei testi originali, anche a volte a discapito della precisione linguistica (io sono tra questi); e troviamo chi si lamenta, con forse eccessiva pignoleria, della scarsa resa di determinati modi di dire o espressioni. Quel che va detto, senza dubbio, è che Dobner è sempre riuscito a rimanere se stesso nella resa dei capolavori del Re; chi ha letto King in traduzione italiana Dobner-style sente di star leggendo lo stesso autore, un po’ come accade a chi legge Pennac tradotto da Yasmina Melaouah. Purtroppo, alcuni idiomatismi americani sono diventati di dominio comune anche per il volgo italiano solo da pochi anni, grazie alla diffusione di Internet e dei social network che ci mettono a stretto contatto con il linguaggio parlato di altri Paesi. Se, quindi, Dobner vent’anni fa traduceva “you suck” come “tu succhi” anziché come “fai schifo”, io tendo a perdonarlo, perché so bene che gli strumenti presenti vent’anni fa non sono gli stessi che oggi abbiamo, e che i lettori di vent’anni fa erano sicuramente meno esigenti di quanto lo siano quelli degli anni Duemila.

Ciò detto, nella mia ricerca sui traduttori di King ho scoperto anche molto altro. Se, infatti, qui in Italia ci sembra normale assegnare a uno scrittore di successo lo stesso traduttore (così come in Italia, terra di maestri del doppiaggio, ci sembra normale assegnare allo stesso attore di successo lo stesso doppiatore), all’estero questo non accade con la medesima frequenza. In Francia, infatti, a partire da It, la maggior parte dei libri di King è stata tradotta da William Olivier Desmond, mentre gli ultimi volumi della Torre Nera sono tradotti da Marie de Prémonville e altri da François Lasquin (es. From A Buick 8, The Girl Who Loved Tom Gordon). In Germania, King è da sempre tradotto da più mani: Wulf Bergner è il più assiduo, ma le sue produzioni sono intercalate da quelle di Jürgen Bürger, Andrea Fischer, Peter Robert, Christel Wiemken, e Joachim Körber, che segue l’intero ciclo della Torre Nera.

Questo arcobaleno di voci è stato presente anche in Italia tra la metà del 2011 e l’inizio del 2012, quando King ha “parlato italiano” grazie a quattro traduttori diversi: Wu Ming 1 (su cui mi soffermerò a breve) è il traduttore di 22/11/’63, romanzo che trae spunto dall’assassinio di JFK; Giovanni Arduino ha tradotto la novella pubblicata esclusivamente in e-book Miglio 81; il caro Dobner ha seguito il più recente capitolo della saga della Torre Nera La leggenda del vento; e Laura Serra ha tradotto un remake del celebre Duel, scritto a quattro mani da King e dal figliolo Joe Hill (King), pubblicato nel volume di Urania del novembre 2011 intitolato Lui è leggenda.

Avevo già accennato prima a Giovanni Arduino, il traduttore di Joyland.arduino_incontra_king

In questa simpatica vignetta lo vediamo sorridente in mezzo a Stevie e al caro Pennywise; Arduino è forse la figura che con maggiore completezza ha preso il posto di Dobner: al suo attivo ci sono già una decina di romanzi, diversi racconti e novelle, nonché la nuova edizione, introduzione, curatela, supervisione, revisione di Danse Macabre. Non solo: Arduino ha cominciato da giovanissimo, nei primi anni Novanta, ad occuparsi di King. Nel 1994 esce, pubblicato da Sperling & Kupfer, Il libro gioco di Stephen King, autore tale Joe Arden che, come si legge nel blog StephenKing.it, “un vero kinghiano italiano over 35 DEVE avere acquistato ai tempi” (sì, ovviamente, da vera kinghiana over 35 ce l’ho). Ed è facile ora, a posteriori, riconoscere nello pseudonimo Joe Arden il nome di Giovanni Arduino.

Prima di concludere, vorrei dedicare qualche riga all’altro misterioso (almeno per me) traduttore cui ho accennato prima: Wu Ming 1. La prima volta che ho letto questo nome, non nascondo di aver provato un certo smarrimento: questo cinese che traduce verso l’italiano proprio non me l’aspettavo!

E qui mi si è aperto un altro mondo: Wu-Ming, come si scopre nel blog comunitario http://www.wumingfoundation.com/giap/, è un collettivo di scrittori e traduttori bolognesi. Il nome riprende un’espressione cinese che significa “senza nome” (無名) oppure “cinque nomi” (伍名), a seconda di come viene pronunciata la prima sillaba. Il nome del gruppo vuole essere al contempo un omaggio alla dissidenza (Wu Ming è una firma comune tra i cittadini cinesi che chiedono democrazia e libertà d’espressione), e un rifiuto della macchina-celebrità che vede l’autore come una star, indipendentemente dalla qualità del proprio prodotto. Infine, Wu Ming è un riferimento al terzo verso del Tao Te Ching: “Wu ming tian di zhi shi” (Senza nome è l’origine del cielo e della terra). In realtà, gli autori del collettivo non sono anonimi, i loro nomi non sono segreti. Tuttavia, utilizzano cinque nomi d’arte composti dal nome della band più un numero, seguendo l’ordine alfabetico dei cognomi: Roberto Bui (Wu Ming 1), Giovanni Cattabriga (Wu Ming 2), Luca Di Meo (Wu Ming 3), Federico Guglielmi (Wu Ming 4), e Riccardo Pedrini (Wu Ming 5).

Wu Ming 1 ha tradotto, con critiche molto positive peraltro, l’antologia di racconti Notte buia, niente stelle, e il romanzone su JFK di cui parlavo prima, 22/11/’63. Non lo leggeremo più in questa veste, tuttavia, avendo lui stesso dichiarato di non voler più tradurre Stephen King (“o traduco, o scrivo”, ha dichiarato in un’intervista apparsa sul blog È scrivere). E cosa scrive, quindi? Opere soliste, ma grazie a questa ricerca sui traduttori di Stephen King ho scoperto l’esistenza di altri libri scaricabili gratis dal sito del collettivo (come Q, il romanzo storico pubblicato sotto lo pseudonimo di Luther Blissett, o il suo seguito Altai) che, con grande curiosità, mi appresto a leggere.

Cosa ho imparato da questa esperienza? Innanzitutto che, nonostante la mia comfort zone mi volesse confinare nel circolo dei libri tradotti da Dobner, conoscere nuovi traduttori che danno la loro versione dello stile di Stephen King è stato senz’altro un arricchimento. Seconda cosa, ho scoperto nuovi libri che, a giudicare da trama e incipit, già so che mi affascineranno. Terza cosa, ho ravvivato la mia passione per i libri del Re, sia in versione originale, sia nella loro traduzione italiana. E quindi concludo, in maniera poco netta e poco definita, poiché “in real life endings aren’t always neat, whether they’re happy endings, or whether they’re sad endings”. Firmato, lo zio Stevie.

Published in World awareness

Marzia Gherbaz

Marzia Gherbaz

Laureata in traduzione (inglese e spagnolo) presso la SSLMIT di Trieste, ha lavorato per anni come traduttrice e copy-editor di testi di medicina e psicologia per una nota casa editrice scientifica e a giugno 2015 è entrata a far parte del team di LinkLab, Laboratorio di Comunicazione Multilingue e Cross-Culturale.

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