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È da un po’ che ci penso: vorrei imparare una nuova lingua. Ovviamente non ne ho il tempo. Ovviamente non ho più la memoria di qualche anno fa, ma poco importa. La poliglossia è un morbo latente che ciclicamente si fa sentire. Una volta individuato il desiderio, sorge spontanea una serie di domande.
Prima domanda: quale lingua? Boh, ambarabàciccìcoccò, perché non il neerlandese? Mi è sempre piaciuto. Un po’ lo capisco e poi mi ricorda una persona cara.
Seconda e terza domanda: come? E soprattutto: quando?
Mi viene in soccorso la tecnologia, offrendomi un’app che quotidianamente — mentre corro, mentre mangio, mentre mi lavo i denti, sostanzialmente in tutti quei momenti in cui il mio cervello implorerebbe di essere messo in standby — mi inculca una manciata di parole.
Lesson Number 1: ciao – hallo / salve – goedendag / grazie – dank u / prego – graag gedaan / per favore – alsjeblieft / scusi – excuseer / arrivederci – tot ziens / sì – ja.
Perché le buone maniere sono importanti, a prescindere che si facciano esercizi di pronuncia con in bocca un tramezzino o del Colgate.

Insomma, anche con l’ausilio della tecnologia imparare una lingua richiede tempo, costanza e dedizione.
Per raggiungere un livello accettabile possono volerci centinaia, in certi casi (si prendano certe lingue asiatiche) migliaia di ore. Farlo in ambito scolastico o accademico è un conto: c’è la freschezza, c’è la motivazione. Ma quando la vita è già piena di doveri e impegni, centinaia, migliaia di ore da dedicare allo studio di una lingua non ce le ha quasi nessuno.

koko gorillaMai disperare, però. Leggendo qua e là scopro che esiste una lingua alla portata di tutti. È il Toki Pona: la lingua meno prolissa al mondo (14 fonemi — 9 consonanti e 5 vocali —  per un  centinaio di parole o giù di lì). Per impararlo, dicono, bastano una trentina di ore.

Giusto per avere un raffronto, si pensi che lo Zingarelli 2016 riporta 144.000 voci e 380 000  significati. Se persino Koko il gorilla (come, chi è?) si esprime con un vocabolario di oltre 1000  parole in GSL (Gorilla Sign Language) come può una lingua dirsi tale se conta a malapena 120  parole?

Innanzitutto il Toki Pona è una cosiddetta “lingua artificiale”. A pubblicarla, all’inizio del terzo millennio, è stata la traduttrice (stirpe temibile e visionaria) e linguista canadese Sonja Lang. La lingua è composta da parole prese in prestito da molte lingue fra cui inglese, esperanto, finlandese, croato, georgiano, neerlandese e cinese, che dell’originale per lo più conservano il suono ma non il significato.

Le origini del lessico Toki Pona

I suoni del Toki Pona sono stati spesso paragonati a quelli delle lingue indigene di alcune isole del Pacifico. Non è un caso, dal momento che Lang lo immagina parlato dagli abitanti di una piccola isola abituati a vivere sulle spiagge, a contatto con la natura.

Toki_ponaNel sito-manifesto del Toki Pona (a lato il logo giallo e blu che lo rappresenta) si legge: “il Toki Pona è un linguaggio umano da me inventato nel 2001. È il mio tentativo di cogliere il senso della vita in 120 parole.” Nientemeno.

Nel Toki Pona il pensiero astratto/simbolico è ridotto al minimo e concetti legati o affini vengono fusi, semplificati. Le stesse parole hanno funzioni diverse all’interno del discorso e possono essere utilizzate come sostantivi, verbi, aggettivi o avverbi a seconda del contesto. La semplicità è l’elemento chiave della lingua, e si traduce in una certa approssimazione oltre che in una profonda dipendenza dal contesto. Vengono subito in mente le Lingue Ausiliarie Internazionali come esperanto, ido o interlingue (e ce ne sono tante altre), ma il Toki Pona nasce con un obiettivo diverso. Lo dice il nome stesso: Toki (lingua, dalla radice anglosassone in comune con l’inglese “to talk”) e Pona (buono, dalla radice latina). In questa “lingua del buono” si parte da pochi concetti semplici e l’espressione diventa atto creativo. In linea con quanto postulato da Sapir-Whorf, la lingua finisce per cambiare il modo di pensare. Per parlare bisogna descrivere facendo attenzione al dettaglio, calarsi nel presente, nel momento. È il concetto zen di mindfulness: la capacità di percepire e cogliere il momento, hic et nunc.
Lang afferma chiaramente di essere stata ispirata dalla dottrina taoista, motivo per cui il Toki Pona è stato definito una “lingua filosofica”.

La semplicità nel Toki Pona è concetto positivo per eccellenza: ciò che è semplice è comprensibile e comprendere è bene. Tutto ciò che è complicato finisce per ostacolare la comunicazione e le stesse convenzioni culturali sono abolite. Anche le formule di cortesia. La Lesson Number 1 di Toki Pona dev’essere ben diversa dalle mie prime otto parole di neerlandese: niente “grazie”, “scusa” o “per favore”. Quando si vuole qualcosa ci si limita a esprimere la richiesta, che di per sé è neutra e non ha bisogno di formule di cortesia per essere comprensibile. Tuttavia pare che le convenzioni siano talmente radicate che anche chi parla Toki Pona finisce per mitigare il tono della richiesta con un cenno del capo, supplendo di fatto con il linguaggio del corpo alla carenza verbale.

Ma come funziona? Come si descrivono gli oggetti di ogni giorno in Toki Pona?
Prendiamo la parola “automobile”. In Toki Pona non esiste. Troppo specifica. Lang spiega che “bisogna [prima di tutto] chiedersi cos’è un’automobile”. Una risposta possibile è che l’automobile è uno spazio utilizzato per muoversi: tomo tawa. Attenzione però: se l’auto mi investe allora è principalmente un oggetto che mi colpisce: kiwen utala. In sostanza la descrizione dipende da cosa rappresenta per me l’automobile in questione. Se — come nel mio caso — l’automobile è “una poltrona su quattro ruote guidata da qualcuno che non sono io” di certo il termine sarà ancora diverso.


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Inoltre per essere certi di venire capiti dobbiamo necessariamente utilizzare una prospettiva comprensibile all’interlocutore, e questo la rende di fatto una lingua “empatica”.
Ma il Toki Pona è una lingua recente, contemporanea. Come si parla di tecnologia in Toki Pona? Ovviamente non esistono parole per indicare concetti quali telefono, computer o tablet. Esiste la parola ilo (strumento), la cui funzione può essere esplicitata utilizzando altri termini, ma la comunità di parlanti Toki Pona su questo punto è divisa: secondo alcuni la lingua non è fatta per disquisire di tecnologia. Si tratta — nell’intento di Lang —  di una lingua pensata per parlare di cose belle e profonde. Chi la conosce dice che è perfetta per esprimere sentimenti. Incredibile! 144.000 vocaboli nel dizionario e parlare o scrivere di sentimenti rimane quanto di più complicato si possa cercare di fare, in italiano e non solo. Uno sfinimento, definire l’esatta sfumatura e intensità di ciò che si prova scegliendo fra decine di sinonimi che sinonimi non sono.
Jan pona. Basterebbe dire così. Dire a una persona che è pona significa paragonarla a un ananas dolce e maturo, a un mango succoso, a un cucciolo, alla semplicità. Pona traduce tutti questi concetti. Jan pona: “sei tutto ciò che c’è di buono”.

Forse, a ben vedere, 120 parole possono bastare.

Published in World awareness

Elisabetta Maurutto

Elisabetta Maurutto

Laureata in Interpretazione (inglese e russo) presso la SSLMIT di Trieste e fondatrice di Linklab, dal 2001 porta avanti con determinazione ed entusiasmo il proprio progetto imprenditoriale nel settore dei servizi linguistici. Legge, scrive, e alla passione per le lingue somma una formazione specifica nel campo del marketing e della Business Etiquette.

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