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Correva l’anno 1989, nelle sale cinematografiche usciva un film destinato a entrare nella storia del grande schermo: Harry, ti presento Sally

Avevo appena iniziato la prima superiore, all’epoca lo studio dell’inglese si limitava purtroppo a un elenco di nozioni, regole grammaticali e costrutti linguistici standard che poco si discostavano da “the cat is on the table”. La cultura anglosassone era in gran parte sconosciuta, basti pensare alla caterva di errori traduttivi, di cui in seguito ci si accorse, dovuti alla scarsa familiarità con le consuetudini americane; leggo strisce dei Peanuts e rabbrividisco tuttora quando incappo nel “Grande Cocomero”.

Ma torniamo a Harry e Sally. È la sera di San Silvestro, scocca la mezzanotte e tutti attorno ai due amici/innamorati intonano la stessa canzone: Auld Lang Syne. Perché?, mi sono chiesta io guardando il film la prima volta. Cosa dice questa canzone? Perché nel film la cantano tutti?

Se oggigiorno abbiamo la possibilità di accedere a Internet e, nel contempo, una spiccata quanto insana propensione alla ricerca spasmodica del perché di tutte le cose (eccomi), non ci è difficile scoprire che la canzone fu scritta (o meglio trascritta) per la prima volta dal famoso poeta scozzese Robert Burns alla fine del diciottesimo secolo. Si trattava, disse lui, di “una canzone dei tempi antichi, mai stampata né pubblicata prima, che io stesso trascrissi dalle parole di un vecchio”. Dal 1896 è documentata negli archivi dei giornali statunitensi l’usanza di salutare l’anno nuovo sulle note di Auld Lang Syne. Incisa da innumerevoli artisti in decine e decine di versioni (da Jimi Hendrix a Louis Armstrong, da Frank Sinatra ai Platters, dai solari Beach Boys al rockissimo Bruce Springsteen, dalla versione dance-pop di Mariah Carey alla “voce nera” di Paolo Nutini), questo inno all’amicizia viene cantato non solo a Capodanno, ma anche in diverse occasioni in cui si conclude qualche ciclo: ad esempio, il 30 novembre del 2009, in occasione del St. Andrew’s Day, studenti e membri dello staff dell’Università di Glasgow hanno intonato contemporaneamente la ballata in 41 lingue diverse.

Il testo delle prime strofe recita: “Si dovrebbero dimenticare le vecchie amicizie e non ricordarle più? Si dovrebbero dimenticare le vecchie amicizie e i giorni lontani e passati? Per i vecchi tempi, amico mio, per i bei vecchi tempi ci berremo una coppa di tenerezza, ancora per i vecchi tempi.”

Harry: “Mi dici che significa?”

Sally: “Cosa?”

Harry: “È una vita che mi arrovello su questa canzone: cioè, il ritornello significa che dobbiamo dimenticare i vecchi amici, o che se li abbiamo dimenticati li dovremmo ricordare? Il che è impossibile, se li abbiamo già dimenticati…”

Sally: “Beh, forse significa che dovremmo ricordare che li abbiamo dimenticati… Comunque parla di vecchi amici!”

E come si festeggia, invece, la conclusione dell’anno vecchio e l’arrivo dell’anno nuovo altrove nel mondo?

Devo ancora scoprire se nei Paesi Latini sia usanza accodarsi al famigerato trenino cantando “Meu Amigo Charlie Brown”. Quel che è certo è che in Spagna è tradizione mangiare 12 chicchi d’uva a mezzanotte, uno per ciascun rintocco della campana, come augurio di abbondanza per l’anno nuovo. In Cile si infilano monetine nelle scarpe per propiziarsi la fortuna; in Ecuador vengono bruciate immagini di personaggi famosi per dire addio all’anno passato. I Portoricani a mezzanotte gettano acqua dalla finestra per lavare via gli spiriti maligni. I Brasiliani (beati loro che possono) si buttano in mare a mezzanotte e devono saltare oltre a 7 onde esprimendo un desiderio ad ogni salto. Il capofamiglia getta il contenuto di un bicchiere di vino all’indietro (che spreco…) per allontanare la sfortuna da casa e, a seconda del colore degli indumenti intimi che si indossano, il nuovo anno porterà con sé ricchezza, serenità, salute, passione oppure ispirazione.

In Russia ci si diverte un sacco: solo lì, infatti, potremo festeggiare per ben due volte, vale a dire il 31 dicembre secondo il calendario Gregoriano e il 13 gennaio secondo quello Giuliano (quest’ultimo è anche detto “Capodanno vecchio”).

Un momento… ho detto “solo lì”? E invece no! La lussuosissima Crystal Cruises ci permette, se lo vogliamo, di noleggiare il Crystal Skye, il più grande charter jet del mondo. In questo modo potremo brindare l’inizio dell’anno nuovo due volte: la prima a Sydney, e poi di nuovo nelle Hawaii. Attenzione, però: potrebbe costare qualche soldino in più rispetto al classico veglione!

In Grecia e Turchia è tradizione per Capodanno gettare con forza a terra un melograno. Più saranno i chicchi che si spargeranno per terra, e più sarete fortunati. Il melograno, infatti, è un frutto dal valore altamente simbolico: grazie alla spontaneità con cui si apre e rilascia i suoi semi, è diventato simbolo di fecondità e fortuna. Ed è proprio dal colore rosso dei suoi semi che deriva l’usanza di indossare indumenti intimi di questo colore a Capodanno: qualcosa di vecchio, qualcosa di nuovo, qualcosa di rosso e qualcosa di prestato ci porteranno senz’altro fortuna per il nuovo anno.

Passando all’estremo oriente, mi ha incuriosita molto l’usanza giapponese secondo la quale nei templi buddhisti le campane rintoccano 108 volte, di cui 107 entro la fine dell’anno, e la centottesima subito dopo lo scoccare della mezzanotte. Anche qui, mi sono chiesta il perché di questo numero, quindi ho immediatamente avviato una ricerca su Google, e questo è ciò che ho trovato in più siti: “Allo scoccare della mezzanotte le campane dei templi buddisti rintoccano 108 volte, tanti rintocchi quanti sono gli elefanti di Bonō per confessare tutti i peccati degli uomini”. Elefanti? Sono ancora più curiosa. E chi mai sarà questo Bonō? Il cantante degli Ū2? Proseguo le ricerche per vederci più chiaro.

Continuando gli smanettamenti, scopro che, in realtà, non si tratta di “elefanti”, bensì di “elementi” (chissà in quale momento il telefono senza fili avrà fatto cilecca), e che la trascrizione corretta non è Bonō, bensì bonnō, e non si tratta di una persona, bensì di desideri: secondo il buddhismo, si ritiene vi siano 6 sensi principali (olfatto, tatto, gusto, udito, vista e coscienza) che possono essere di 3 tipi (dolorosi, piacevoli o neutri), possono essere generati in 2 modi (internamente o esternamente) e in 3 tempi (nel passato, nel presente o nel futuro); se moltiplichiamo questi fattori, otteniamo il numero dei famosi bonnō: 6 × 3 × 2 × 3 = 108. La cerimonia, joya no kane, permette a ciascuno dei 108 rintocchi di purificarci dagli altrettanti desideri. Il rintocco finale che si ode come prima cosa allo sbocciare dell’anno nuovo ci ricorda che non dobbiamo più preoccuparci di ciò che ci ha turbato l’anno scorso. Per i più golosi (come me), sappiate che è usanza mangiare i toshi-koshi soba, un piatto di spaghettoni (soba) “per finire il vecchio anno e iniziare il nuovo”. Sono considerati di buon auspicio a causa della loro lunghezza, simbolo di longevità e di fortuna; inoltre, dal momento che la soba è facile da inghiottire, dovrebbe simbolicamente aiutare a “mandar giù” i disastri e le sfortune del vecchio anno.

Dell’Italia già sappiamo; ci aspettano montagne di panettone e pandoro, litri di spumante, cotechino (o zampone) e lenticchie: queste ultime rappresentano la prosperità che speriamo di ottenere, ma non sono gli unici legumi ad assumere una valenza simbolica. La sera del 31 dicembre a Camerino, nelle Marche, secondo una credenza popolare le ragazze usavano mettere sotto il cuscino tre fave secche, una con la buccia, una sbucciata per metà e l’altra completamente priva di buccia. Il primo gennaio, quando si alzavano, prendevano una fava a caso, senza guardare: se trovavano quella sbucciata, il futuro marito sarebbe stato povero; se aveva metà buccia, di media condizione economica; se invece aveva tutta la buccia l’uomo che avrebbero sposato sarebbe stato un ragazzo ricco.

Canti, melograni, rintocchi e lenticchie, chissà cosa ci riserverà il 2018? Non vedo l’ora di scoprirlo. Quello che è certo è che, come diceva il buon vecchio Dalla, “l’anno che sta arrivando tra un anno passerà”.

I nostri migliori auguri per un Capodanno cosmopolita!

Published in World awareness

Marzia Gherbaz

Marzia Gherbaz

Laureata in traduzione (inglese e spagnolo) presso la SSLMIT di Trieste, ha lavorato per anni come traduttrice e copy-editor di testi di medicina e psicologia per una nota casa editrice scientifica e a giugno 2015 è entrata a far parte del team di LinkLab, Laboratorio di Comunicazione Multilingue e Cross-Culturale.

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