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Leggevo di recente un articolo sulla felicità. Vi si discettava di come nei paesi occidentali – in particolare negli Stati Uniti – la felicità sia ormai diventata un obbligo sociale. Essere felici è un dovere, sempre e per tutti. Ci si scrivono su libri, ci si auto-aiuta in tutti i modi, ci si fa strizzare il cervello se appena viene il dubbio che qualcosa non vada come deve.
Nell’articolo in questione l’autore si chiedeva se essere felici sia davvero indispensabile, se è quello che ci serve, se quella che consideriamo felicità non sia in fondo uno stato fittizio, forzato, sostanzialmente fondato sull’egoismo. Non c’è dubbio che la felicità sia un concetto difficile da definire, e comunque un termine riduttivo. Sarà che esistono tante parole per descrivere ciò che viviamo e sentiamo in ogni momento. Se felicità è sinonimo di appagamento allora forse sarebbe più giusto chiamarla con il suo nome: l’appagamento è meno poetico, più realistico. E se essere appagati significa essere felici allora sì, tutti lo siamo periodicamente. Sempre no, non è dato.
C’è che la felicità nell’accezione comune è un concetto quasi metafisico, dev’essere per forza più nobile della soddisfazione contingente di un bisogno. E viene da chiedersi se sia davvero un obiettivo che vale la pena di raggiungere, nell’accezione comune di atarassica e placida serenità.
Mi sono detta che essere felici a tutti i costi è roba da americani. Che noi della vecchia Europa non temiamo di soffrire, di volere di più, lacerando ego e sentimenti se necessario. Ci vuole coraggio anche per essere decadenti. O così mi piace pensare.

Non sarà un caso, quindi, che le ultime ricerche sul rapporto tra linguaggio e felicità arrivino proprio dagli Stati Uniti.

Era il lontano 1969 quando Jerry Boucher e Charles E. Osgood, psicologi dell’Università dell’Illinois, postularono la cosiddetta Pollyanna Hypothesis, secondo la quale nella comunicazione verbale gli esseri umani avrebbero una tendenza universale a utilizzare parole con un significato positivo più di frequente rispetto a vocaboli che esprimono concetti negativi.
Per chi ne avesse provvidenzialmente rimosso il ricordo, Pollyanna è la ragazzina protagonista del romanzo di Eleanor H. Porter. Nonostante le sciagure che si abbattono su di lei dalla prima all’ultima pagina del libro (orfana, si ritrova a vivere nella soffitta di una parente acida e anaffettiva per poi perdere – temporaneamente – l’uso delle gambe), Pollyanna non perde mai la speranza grazie al gioco della felicità insegnatole dal padre. Una cosa tremenda.
Per inciso, nell’ambito della psicologia cognitiva esiste anche la “sindrome di Pollyanna”, altrimenti detta — guarda un po’ — “ottimismo idiota”, che consiste nel “percepire, ricordare e comunicare in modo selettivo soltanto gli aspetti positivi delle situazioni, ignorando quelli negativi o problematici.” (Luigi Anolli, L’ottimismo).

Ma torniamo all’ipotesi di Boucher e Osgood. Nel 1969 non era ancora dimostrabile perchè gli strumenti presenti all’epoca non permettevano di analizzare grandi quantità di dati, ma negli anni successivi si è continuato a discuterne e oggigiorno, nell’era dei big data, sono stati i matematici (e non i linguisti) a confermarla.

Il paper dal titolo “Human Language Reveals a Universal Positivity Bias”, approvato nel gennaio di quest’anno, presenta i risultati delle ricerche condotte da Peter Dodds e Chris Danforth presso il Computational Story Lab dell’Università del Vermont.
Nel corso dell’indagine gli scienziati hanno raccolto milioni di parole (gli “atomi” del linguaggio, definito dagli studiosi la più importante e diffusa tecnologia impiegata dal genere umano) in 10 lingue: inglese, spagnolo, francese, tedesco, portoghese brasiliano, coreano, cinese (semplificato), russo, indonesiano e arabo. Le fonti erano le più svariate: sottotitoli di film in arabo, tweet in coreano, romanzi russi, siti web cinesi, quotidiani inglesi… un mare magnum dal quale sono stati estrapolati 10.000 vocaboli per lingua in base a un criterio di frequenza d’utilizzo. Successivamente i matematici si sono rivolti a un team di linguisti — circa 200 madrelingua per ciascuno degli idiomi interessati dalla ricerca — affinché valutassero il “tasso di felicità” delle parole. I possibili giudizi erano 9, con faccine che esprimevano diverse sfumature di emozione, dalla tristezza alla gioia. Una volta raccolte tutte le valutazioni (ben 5 milioni!), si è proceduto al calcolo della media matematica del tasso di felicità di ciascuna parola. Qualche esempio? In inglese la parola risata ha ottenuto un punteggio di 8,5, cibo 7,44, avidità 3,06 e terrorista 1,30. I vocaboli “neutri” (ad esempio gli articoli) come prevedibile hanno ottenuto un punteggio medio in tutte le lingue.

tabella linguaggio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alla fine di questo processo lungo e macchinoso (lo studio ha richiesto ben 2 anni, di cui 6 mesi solo per la raccolta e l’elaborazione dei dati) i matematici hanno potuto finalmente eseguire i calcoli e il risultato ha confermato in modo inequivocabile la fondatezza dell’ipotesi di Pollyanna.

In sostanza, l’essere umano ha una tendenza innata e comprovata a esprimersi scegliendo parole caratterizzate da una connotazione positiva.  

Certo, non tutte le lingue sono uguali — lo spagnolo è più allegro del cinese e del russo ma, chissà perché, la cosa non sorprende — eppure la tendenza di fondo è indiscutibilmente la stessa: quando comunica con i propri simili, l’uomo sceglie l’ottimismo.

Citando il Prof. Dodds (e i Monty Python), “humans tend to look on (and talk about) the bright side of life”.

Ma la ricerca non si ferma qui: gli scienziati stanno lavorando a una serie di applicazioni che permettano di sfruttare questi dati in molteplici ambiti. Attualmente è già stato messo a punto un edonometro: uno strumento per misurare il tasso di felicità globale dei tweet in tempo reale. Funziona? Pare di sì. Il tasso di felicità dei post su Twitter registrato dall’edonometro ha segnato un brusco calo il giorno dell’attentato a Charlie Hebdo, ad esempio, per poi tornare a livelli standard nei tre giorni successivi all’attacco. Siamo una razza pervicace, su questo non c’è dubbio.
Si può solo immaginare l’importanza di questo genere di informazioni in un’epoca in cui la comprensione del mood di elettori e potenziali compratori riveste un’importanza fondamentale, in grado di dettare scelte politiche e di mercato.

La felicità, insomma, è un chiodo fisso cui l’uomo sembra non poter rinunciare.
La insegue in tutti i modi, anche inconsapevolmente, a prescindere dalle tristezze e dalle miserie del mondo in cui vive e dal fatto che la conquisti o meno.
In fondo lo diceva anche Jacques Prévert: “il faudrait essayer d’être heureux, ne serait-ce que pour donner l’exemple” (bisognerebbe tentare di essere felici, non foss’altro che per dare l’esempio).

Published in World awareness

Elisabetta Maurutto

Elisabetta Maurutto

Laureata in Interpretazione (inglese e russo) presso la SSLMIT di Trieste e fondatrice di Linklab, dal 2001 porta avanti con determinazione ed entusiasmo il proprio progetto imprenditoriale nel settore dei servizi linguistici. Legge, scrive, e alla passione per le lingue somma una formazione specifica nel campo del marketing e della Business Etiquette.

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