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Tsundoku.

Questa parola giapponese è una delle prime rubate da Pica (la nostra gazza ladra con un debole per le gemme lessicali provenienti da tutto il mondo).
Chi è affetto da tsundoku ha la tendenza ad accumulare volumi su volumi che non sa se e quando leggerà. È una specie di bulimia bibliofila, un’ingordigia letteraria che porta all’accatastamento dei tomi più che alla crescita dell’intelletto.

Ebbene, io credo di averne tutti i sintomi.
Il problema è sostanzialmente uno: la mia libreria preferita è dotata di un delizioso caffè con tanto di pouf e poltroncine a due metri dai coffee table books e dai fumetti. Come non amare un posto in cui il profumo della carta stampata si mescola a quello delle brioche appena sfornate? Ecco, appunto. Non si può. La libreria diventa così il luogo ideale per un caffè con le amiche, per un pranzo veloce in beata solitudine, per intrattenere piccoli bibliofili in erba. In libreria uno ci legge, ci passeggia, ci chiacchiera, ci beve e ci mangia. Sono poche le cose che — per ora, ma vai a sapere… — non è dato di fare fra un manuale d’architettura e l’ultima fatica di Philippe Daverio.

Questo per dire che se la libreria diventa una dépendance di casa è difficile non sentirsi legittimati a spostare liberamente i libri dalla seconda alla prima. Mica un libro sta sempre sul comodino, no? Dal letto al divano, dal bagno alla cucina, un libro che si rispetti segue sempre il suo padrone. Chiaro, per rendere possibile la migrazione dei libri dalla dépendance alla mensola di casa è necessario passare per la cassa, ma questo è un dettaglio.
Insomma, il flusso di libri che transitano dal negozio agli scaffali della mia libreria è costante e regolare. La diagnosi è chiara e inequivocabile: tsundoku. C’è che io li voglio vedere lì, sulla “mensola dei libri in attesa”, pazienti concubini piegati al mio capriccio. A ogni quarta di copertina torno da loro, ne leggo e rileggo la trama, cerco ispirazione fra titoli che già mi hanno conquistata. Non sanno se e quando li leggerò, ma aspettano senza mai ribellarsi, senza protestare. Alcuni da anni, eppure non fanno — ci mancherebbe — una piega.

Guardo la mia mensola carica di volumi intonsi e salta all’occhio una netta prevalenza di autori anglosassoni. Poi qualche italiano. Un tedesco. Due indiani.
Suppongo sia inevitabile: nel mondo di oggi chiunque legga molto tende ad avere gusti ben definiti, poco tempo e scarsa inclinazione al rischio (un brutto libro è sempre una delusione cocente). Questo è un peccato. Se la lettura è un mezzo per allargare i propri orizzonti, limitarsi a priori con una selezione prevedibile e ripetitiva è quasi un controsenso! Mi riprometto allora di osare. Di uscire dalla mia comfort zone concedendomi (o imponendomi!) periodicamente un titolo che… beh, che forse a un primo sguardo non comprerei.

Spigolando, scopro che questa mia riflessione trova eco nell’iniziativa di una piccola catena di librerie indipendenti australiane che prende il nome di — guarda caso — Elizabeth’s Bookshops.
Sappiamo tutti che non bisognerebbe mai giudicare un libro dalla copertina. E che un autore famoso — o viceversa sconosciuto — non è necessariamente una garanzia (di eccellenza o viceversa, nel caso di un nome poco noto, di mediocrità). Secondo Elizabeth e i suoi, i preconcetti possono precludere incontri letterari fortunati e sorprendenti e per questo varrebbe la pena di rischiare.
Come fare? La proposta — accattivante — è un appuntamento al buio con il libro. Nelle librerie della catena è possibile trovare mensole di libri impacchettati sobriamente e legati con lo spago. No frills: nessun condizionamento estetico. In compenso sulla carta è riportata — a mano, l’intero processo è a cura dei librai — una serie di indizi.

Un esempio?
ISOLA GRECA
SCENARIO SURREALE
CAMBIO DI IDENTITÀ
AMORE
RISATA
FIDUCIA NELLA SORTE

oppure

BOSTON
CRIMINALITÀ ORGANIZZATA
FURTO DI OPERE D’ARTE
VENDETTA
BASATO SU FATTI REALMENTE ACCADUTI

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Poche parole chiave per stuzzicare la curiosità di lettori alla ricerca di nuovi stimoli. Un vero e proprio appuntamento al buio, con tutta l’eccitazione, il mistero e le possibilità di un incontro proibito… direttamente sul divano di casa propria. O a letto. O in autobus. O per strada. E senza l’ansia di dover decidere cosa indossare!

Certo, viene spontaneo chiedersi: “… e se fa schifo?”
Beh, posto che il libraio deve impegnarsi a non barare — vietatissimo approfittare dell’iniziativa per liberarsi dei fondi di magazzino! — se il libro non piace… pazienza. Suppongo che certi appuntamenti al buio siano destinati a concludersi prima ancora di cominciare. Magari lui indossa calzini bianchi di spugna e mocassini. O lei si nutre solo di alghe e lui non può vivere senza la tagliata. Le variabili sono infinite e a volte proprio non c’è intesa. Altre però — Hollywood insegna — Cupido è in agguato e sboccia l’amore, e vissero per sempre felici e contenti.
Un’esagerazione? Non direi. Sono convinta che un appuntamento al buio con Milan Kundera o con Sylvia Plath possa effettivamente cambiare la vita. Quando meno se l’aspetta uno s’innamora e non gli passa più.
Del resto, citando Anaïs Nin: “la vita si restringe o si espande in proporzione al nostro coraggio“. Vale anche in libreria.

Published in World awareness

Elisabetta Maurutto

Elisabetta Maurutto

Laureata in Interpretazione (inglese e russo) presso la SSLMIT di Trieste e fondatrice di Linklab, dal 2001 porta avanti con determinazione ed entusiasmo il proprio progetto imprenditoriale nel settore dei servizi linguistici. Legge, scrive, e alla passione per le lingue somma una formazione specifica nel campo del marketing e della Business Etiquette.

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