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Avete mai avuto occasione di osservare due bambini in fase lallatoria che discutono tra di loro?

Meraviglioso come si capiscano alla perfezione. A domanda, rispondono; poi si guardano e ridono.

Che mondo meraviglioso sarebbe, il mondo in cui tutto resta candido e limpido come quello dei bambini.

Niente liti, niente guerre, niente 22 marzo a Bruxelles, niente Bataclan, niente Charlie Hebdo. Niente stragi di Pasqua nei parchi gioco.
Lì dove il kamikaze si fa esplodere in nome di una presunta divinità vendicativa, assetata di sangue, giocavano bambini; per loro non esiste cristiano, non esiste talebano. Esiste il pari, l’apertura verso il prossimo. Non ci sono razze, non ci sono religioni, non ci sono lingue. C’è la voglia di giocare, e giocando imparare, conoscere. Conoscere le somiglianze e conoscere le differenze. Come vedremo, infatti, bilinguismo non è indice solo di conoscenza di due o più lingue, ma anche di due o più culture.

Innanzitutto, è interessante capire come si vengano a creare situazioni nelle quali l’ambiente in cui cresce il bambino è bilingue. Le ragioni possono essere diverse, e portano a modalità e livelli di apprendimento diversi:

1. c’è il caso del “bilinguismo dentro casa”: il padre e la madre sono di madrelingua diversa, oppure i genitori e un nonno o altra figura di riferimento per il bambino;

2. c’è il “bilinguismo fuori casa”, che si riscontra quando una famiglia si trasferisce in un altro Paese, mantenendo nell’ambito familiare la lingua di origine, ma apprendendo a scuola e con gli amici un’altra lingua;

3. esiste poi un caso un po’ diverso, quello in cui uno dei genitori presenta un livello di sordità per cui è necessario l’apprendimento di un canale comunicativo diverso; il bambino apprenderà, quindi, la lingua vocale con cui si esprimono gli altri familiari, e una lingua dei segni per mezzo della quale comunicherà con il familiare affetto dal disturbo uditivo. Si parla, in questo caso, di “bilinguismo bimodale”.

In che modo sarà possibile far crescere il bambino bilingue? Uno dei metodi principali è senz’altro la lettura.

Ai bambini piace fin da piccoli essere presi in braccio e sfogliare insieme all’adulto un libriccino; i primi libri dovrebbero avere immagini ben riconoscibili dal bambino, e l’adulto leggerà il nome dell’oggetto rappresentato, ripetendolo chiaramente. Nel caso si volessero insegnare due lingue al piccolo, sarà bene durante una sessione di lettura pronunciare tutti i nomi in una lingua, e in una sessione separata, leggere tutti i nomi nell’altra lingua. In questo modo, il bambino imparerà presto a capire quale azione verrà richiesta da parte sua, e si aspetterà alternativamente la richiesta di “pat the bunny”, oppure di “touchez le chat”. Impareranno a capire se, girata la pagina, l’adulto dirà “I’ll huff and I’ll puff and I’ll blow your house down”, oppure “¡Son para verte mejor, querida!”

Un’interessante esperienza viene riportata in questo blog: il resoconto divertente di una figlia (recalcitrante al bilinguismo), poi diventata madre (di bambini altrettanto recalcitranti al bilinguismo), e infine nonna (di bambini serenamente poliglotti). Cinque minuti in più da dedicare a una piacevole lettura.

In molte zone del mondo il bilinguismo viene vissuto con assoluta naturalezza. Penso ai miei cugini che vivono in Belgio, figli di madre triestina e padre friulano, che da sempre parlano l’italiano in casa, il francese e il fiammingo con gli amici, l’inglese e l’olandese per lavoro. Penso ai luoghi delle mie vacanze estive, alla Val Badia dove tutti parlano ladino-tedesco-italiano (solitamente in quest’ordine di priorità). Penso alla Germania, dove da anni sono stati istituiti Kindergarten poliglotti: nella sola Saar ce ne sono almeno 180, a Berlino più di 170. Come si distingue il bambino di genitori italiani da quello di madrelingua tedesca, in questi asili? Il bambino italiano quando cade esclama “ahi”, il tedesco griderà “aua”!

Nuove ricerche effettuate sui meccanismi auditivi legati all’apprendimento di una lingua nel bambino hanno svelato che già dall’età di tre mesi i bambini riescono a distinguere i legami tra le sillabe nel linguaggio parlato. Altri studi hanno confermato che bambini che parlano una seconda lingua sviluppano una memoria di lavoro più attiva rispetto ai bambini monolingui.

Ciò che è più interessante, però, è che spesso il bilinguismo porta con sé un bagaglio di pluriculturalismo. Spesso le persone bilingui riferiscono di sentirsi come se avessero due personalità, l’una collegata a una delle due lingue (e, di conseguenza, delle due culture), l’altra più in sintonia con l’altro “mondo”. In linguistica, esiste una teoria chiamata Ipotesi di Sapir-Whorf, o Whorfianesimo, o Ipotesi della relatività linguistica, che afferma proprio come lo sviluppo cognitivo di ciascun essere umano dipenda dalla lingua che lui parla. A prescindere dall’“estremismo” che caratterizza questa teoria, possiamo certamente intravvedere una realtà in quanto affermato. Facciamo un esempio: si sa che i Greci sono un popolo tendenzialmente chiassoso, e piuttosto incline ad interrompere i discorsi dell’interlocutore; secondo l’Ipotesi di Sapir-Whorf, ciò sarebbe spiegabile analizzando grammatica e sintassi della lingua neogreca: le frasi iniziano spesso con il verbo, e le forme verbali veicolano già di per sé molte informazioni e significati, quindi sin dall’inizio della frase in greco si può desumere buona parte del discorso che seguirà, rendendo possibile, e quasi auspicabile, l’interruzione per evitare ridondanze e ciarle inutili. Da qui, secondo l’Ipotesi, la tendenza ad interrompere che caratterizza i Greci.

robinhoodGrazie a Robin Hood, i bambini possono ascoltare storie in italiano, inglese, francese, tedesco, ma anche portoghese, spagnolo… Video e parole guidano il bambino nella comprensione delle storie, creando un nuovo modo di apprendere divertendosi.

Perché, quindi, puntare sul plurilinguismo fin da bambini? I vantaggi, razionalmente esaminati, sono molteplici:

1. un vantaggio culturale: il bambino impara non solo due lingue, ma anche due culture diverse, il che incoraggia una maggiore tolleranza e accettazione della diversità;

2. un vantaggio cognitivo: come si è visto, il cervello del bambino bilingue è più attivo; inoltre, il bilinguismo è stato dimostrato avere effetti molto positivi anche sull’attenzione;

3. un vantaggio economico: il bambino che cresce bilingue ha maggiori possibilità lavorative, soprattutto nell’ambito della globalizzazione attuale.

E se poi vogliamo trascendere la razionalità, avremo sempre la visione romantica di un domani in cui tutti al mondo si rapportano al prossimo con la stessa limpida purezza che hanno tra loro i bambini.

Forse. Speriamo.

Published in World awareness

Marzia Gherbaz

Marzia Gherbaz

Laureata in traduzione (inglese e spagnolo) presso la SSLMIT di Trieste, ha lavorato per anni come traduttrice e copy-editor di testi di medicina e psicologia per una nota casa editrice scientifica e a giugno 2015 è entrata a far parte del team di LinkLab, Laboratorio di Comunicazione Multilingue e Cross-Culturale.

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