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La filosofia non è (solo) roba da filosofi.  Nessuno può convincermi del contrario. Credo che tutti, nessuno escluso, dovremmo avvicinarci al pensiero filosofico almeno per un po’, una volta nella vita. E poi scegliere di infornare pizze o tirar su muri di mattoni… ma non prima di esserci posti alcune domande. Mica pretendere di capire tutto, per carità, solo quello che si può, quello che per noi ha senso. E più avanti, quand’è il momento, ritornarci su, dopo essere stati masticati e risputati dalla vita come capita a tutti, pizzaioli e muratori compresi. Il punto è che spesso le risposte non sono chiare fino a che non sono chiare le domande, e per comprendere (nel senso più ampio di contenere, abbracciare e accogliere) gli interrogativi dell’esistenza occorre aver vissuto (e patito) almeno un po’.

Certo, si fa presto a dire filosofia: esistono discipline filosofiche quante sono le espressioni del pensiero umano. Ci sono le discipline teoretiche e quelle pratiche, e fra queste si trovano ad esempio la bioetica, la filosofia del diritto e, sovrana, la filosofia etica e morale. In altre parole, lo studio di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato, la distinzione tra il bene e male.

Quello che in tanti non capiscono è che nella filosofia l’astrazione è solo apparente, un mezzo necessario all’analisi del problema, come i numeri nella matematica. Perché poi la mamma al mercato ci va veramente, e se non ha imparato a far di conto c’è il rischio concreto che non si accorga se le fanno pagare una mela del Trentino quanto un mango arrivato par avion dalla Costa Rica. Allo stesso modo, la trattazione filosofica può apparire lontana dalla realtà, ma ha ripercussioni tangibili e impreviste su aspetti della vita di ogni giorno.

la Professoressa Philippa Ruth Foot

Fra gli strumenti cui ricorrono i filosofi troviamo dilemmi e paradossi. Oggi me ne interessa uno in particolare: il cosiddetto dilemma del carrello (trolley dilemma), un esperimento di filosofia etica ideato negli anni ’60 dalla filosofa inglese Philippa Ruth Foot.

Immaginiamo di avere un carrello ferroviario che percorre un binario e non può frenare ma solo cambiare direzione. Sul binario sono legate cinque persone, che moriranno schiacciate se il carrello prosegue la sua corsa. Possiamo però evitare la tragedia decidendo di azionare lo scambio e deviare così la traiettoria del carrello su un altro binario, a cui è legata una sola persona. Qual è la nostra scelta? Non fare nulla, lasciando che il carrello uccida le cinque persone, o farne morire una sola (azionando attivamente il deviatoio) salvando gli altri? Non esiste una risposta giusta o sbagliata. Semplicemente una più razionale (utilitaristica) e una più emotiva (deontologica), dipende da come siamo fatti… o no?

Come risolve il dilemma del carrello un bambino di due anni? È semplice: basta spostare tutti gli omini sullo stesso binario… e farci passare sopra il trenino! Poco etico, forse, ma a quanto pare molto più divertente…

A rigor di logica la nostra scelta – qualsiasi essa sia – non dovrebbe dipendere da fattori secondari quali, ad esempio, se la domanda ci viene posta nella nostra lingua madre o in una lingua straniera. Fintanto che capiamo cosa ci viene chiesto, la nostra risposta etica dovrebbe essere invariata. E invece a quanto pare no. Secondo una ricerca condotta da un gruppo di accademici dell’Università di Buenos Aires (Your Morals Depend on Language, di Costa A, Foucart A, Hayakawa S, Aparici M, Apesteguia J, Heafner J, et al., 2014) la risposta al famoso dilemma morale di Philippa Ruth Foot può variare in funzione di fattori di tipo non etico ma linguistico. 

In altre parole, la lingua straniera agisce da “filtro” e riduce la risposta emotiva dell’individuo, generando un maggiore distacco psicologico che si traduce a sua volta in decisioni e atteggiamenti più razionali e utilitaristici.

Il giudizio morale, secondo alcuni modelli teorici, è frutto dell’interazione di almeno due fattori: quelli legati ai processi intuitivi e automatici generati dall’impatto emotivo di un problema, e quelli legati ai processi razionali e controllati, derivanti dalla valutazione consapevole  delle possibili conseguenze delle nostre decisioni. Se prevalgono i primi si avrà un giudizio “etico” che mette al primo posto i diritti e il benessere dell’individuo, se invece prevale la razionalità  si avrà un giudizio “utilitaristico”, mirato cioè alla salvaguardia del bene collettivo prima che di quello individuale.

Lo studio condotto dell’équipe argentina è particolarmente interessante perché in controtendenza rispetto a quanto suggerirebbe la logica. La scelta utilitaristica deriva infatti da processi controllati che richiedono l’impiego di notevoli risorse cognitive e gli studi dimostrano che se lo stress e il “carico cognitivo”  aumentano, la risposta utilitaristica ai dilemmi morali si riduce. Capire quanto ci viene detto e comunicare in una lingua diversa dalla nostra è sicuramente faticoso e stressante. Perché quindi proprio in queste situazioni ci ritroviamo a operare scelte più razionali anziché più istintive ed emotive?

La ragione, secondo quanto ipotizzato da Boaz Keysar, Professore di Psicologia Cognitiva presso l’Università di Chicago, va ricercata nella nostra capacità di formulare immagini mentali della realtà. Gli esperimenti condotti da Keysar hanno evidenziato

  1. che le esperienze vissute in un contesto linguistico diverso dal proprio sono associate a immagini mentali meno intense e nitide.
  2. che tali immagini mentali “sbiadite” incidono, per esempio sulla precisione con cui l’individuo riconosce la somiglianza tra le forme di oggetti diversi.
  3. in sostanza, che queste immagini mentali ridotte possono contribuire a farci prendere decisioni diverse quando pensiamo in una lingua che non è la nostra.

Carrelli e binari a parte, le conclusioni raggiunte dagli psicologi meritano sicuramente una riflessione.

Viviamo in un mondo multiculturale e multilingue. Sempre più persone quotidianamente si trovano a prendere decisioni che incidono sulla vita degli altri e spesso lo fanno in una lingua diversa dalla propria. Basti pensare a chi lavora presso le istituzioni europee o all’ONU, dove ogni giorno qualcuno decide se rimandare indietro una nave di profughi, se far partire un raid aereo o concedere aiuti umanitari. L’ipotesi che simili scelte possano essere influenzate da un fattore apparentemente marginale come quello linguistico non è cosa da poco. E se in certi casi le considerazioni utilitaristiche avessero la meglio su quelle deontologiche semplicemente perché è più facile dire (o non dire) YES che dire SÌ/YA/DA/OUI? Se il filtro linguistico agisse da blando anestetico della coscienza alterando in qualche modo il nostro giudizio?

A questo punto è sempre più evidente che non sono “solo parole”. Se la nostra lingua contribuisce a fare di noi ciò che siamo, a quanto pare un’altra lingua può farci essere ciò che non saremmo. Aveva ragione Carlo Magno: “conoscere un’altra lingua significa possedere una seconda anima”.

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