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“Una lingua è il luogo da cui si vede il mondo e in cui si tracciano i confini del nostro pensare e sentire. Dalla mia lingua si vede il mare. Dalla mia lingua se ne sente il rumore, come da quella di altri si sentirà il rumore della foresta o il silenzio del deserto. Perciò, la voce del mare è stata quella della nostra inquietudine.”

Sono parole dello scrittore portoghese Vergílio Ferreira. Così descrive la lingua del suo paese, in cui le onde riecheggiano nel frusciare delle consonanti. Una lingua tanto contratta da nascondere (a un primo ascolto) le proprie origini. Solo dissezionandone minuziosamente i suoni si ritrovano radici, prefissi e suffissi famigliari. Come un oggetto che abbia trascorso troppo tempo in fondo al mare, la voce dei latini perde i suoi contorni e riemerge incrostata dai secoli e dall’uso.

La lingua, sostiene Ferreira, si identifica con il paese in cui viene parlata e ne delinea i confini. Sentir parlare la nostra lingua quando siamo lontani ci riporta subito a casa. Chi la parla è fino a prova contraria un amico, un fratello (non a caso si parla di lingua madre) e la lingua diventa sinonimo di appartenenza, espressione di identità personale e collettiva. Per questo chi governa sa bene che controllarla significa esercitare potere. La storia del colonialismo, fondata sull’indebolimento sistematico dell’identità nazionale delle popolazioni sottomesse, è da sempre una storia di oppressione linguistica. Non potersi esprimere nella propria lingua e non poterla tramandare significa assistere alla lenta e inarrestabile agonia della propria cultura, della propria identità. Ma perdere la propria identità significa veder morire una parte di sé. E c’è chi per questo è morto davvero. L’International Mother Language Day, che si festeggia il 21 febbraio, ricorda l’eroismo di quattro studenti uccisi nel 1952 dalla polizia pachistana per aver rivendicato il diritto a esprimersi nella propria lingua, il bengalese.

Una folla di manifestanti durante l’International Mother Language Day a Dhaka, Bangladesh.

Si parla addirittura di linguicidio per definire “l’induzione volontaria dell’estinzione di una lingua”. Questo può avvenire in diversi modi, ad esempio separando i figli dai propri genitori, proibendo a un popolo di parlare la propria lingua o attuando specifiche strategie glottopolitiche.

Chi pensa che in fondo siano “solo parole” si sbaglia. La faccenda è seria, tanto che la “libertà di lingua” in certi paesi (vedi Belgio o Svizzera, per esempio) è esplicitamente sancita dalla costituzione, così come da noi avviene per la libertà di culto, di opinione e di espressione. Una questione di civiltà ma non solo e i Romani l’avevano capito: una popolazione sottomessa e costretta a rinunciare alla propria identità è una bomba innescata e un rischio per chi la governa. Del resto, chi è davvero forte può permettersi il lusso della tolleranza, come testimoniano le numerose concessioni in fatto di autonomia linguistica e religiosa ai cives. Basti pensare all’antica cerimonia dell’evocatio, con cui alle divinità delle città nemiche venivano dedicati maestosi templi nella capitale. L’obiettivo (astuto…) era quello di privare i nemici della protezione dei loro dèi, offrendo a questi un “trasferimento” a Roma dietro la promessa di fasti e onori. Farà anche sorridere, ma bisogna ammettere che l’idea di corrompere le alte sfere celesti era geniale…

In un’ottica di tolleranza delle identità linguistiche e culturali, tanto fu lungimirante la politica dei Romani quanto miope e violenta quella delle potenze coloniali (basti pensare alla dominazione spagnola nelle Americhe). Ma non serve fare grandi passi indietro nella storia per rendersi conto di quanto anche negli ultimi secoli i vari governi siano intervenuti per influenzare l’identità linguistica (e culturale) dei rispettivi paesi. Ecco alcuni fatti interessanti.

  • Alle Hawaii, solo 1 abitante su 1000 è in grado di parlare la lingua originaria delle isole. Nel 1896, infatti, una legge (successivamente abrogata) aveva imposto l’insegnamento dell’inglese come unica lingua scolastica.
  • Negli Stati Uniti all’inizio del ‘900 esisteva un’importante comunità di immigrati dalla Germania, ben integrati nelle comunità locali ma con una forte identità culturale. A seguito degli eventi della prima guerra mondiale, però, in alcuni stati (fra cui Ohio, Iowa e Nebraska) fu proibito l’insegnamento della lingua tedesca nelle scuole.
  • In Spagna, sotto il regime di Franco (1939-1975) fu proibito l’uso della lingua catalana e fu imposto che i bambini fossero battezzati con nomi spagnoli.
  • Nel 1847 in Nuova Zelanda nelle scuole fu imposto l’insegnamento esclusivo in lingua inglese e poco più tardi la lingua maori venne completamente bandita dagli istituti, un divieto rimasto in vigore per oltre un secolo.

Se ormai siamo (quasi) tutti d’accordo che simili glottopolitiche siano del tutto inaccettabili in uno stato civile, permangono comunque numerosi casi di “protezionismo linguistico” nelle nazioni in cui si teme che l’invasione di forestieri e forestierismi porti a un indebolimento dell’identità culturale predominante. Eccone alcuni esempi:

  • Le autorità del Québec sono estremamente attente all’identità francofona della provincia. Non solo l’insegnamento nelle scuole avviene rigorosamente in francese, ma persino i brand aziendali devono “suonare francesi”.
  • In Francia, una legge del 1994 stabilisce che almeno il 40% delle canzoni trasmesse da stazioni radiofoniche francofone debbano essere in francese. Poco importa se si tratta di canzoni in inglese scritte da musicisti francesi (es. David Guetta o Daft Punk).
  • In Germania, i cittadini stranieri che desiderano raggiungere il proprio coniuge nel paese devono dimostrare la propria padronanza della lingua, un requisito che a detta di alcuni può essere considerato una violazione dei diritti umani.
  • In Corea del Sud, chi desidera ottenere la cittadinanza deve dimostrare di saper leggere, scrivere e parlare in coreano (oltre a saper intonare l’inno nazionale!)

Un confine labile, talvolta, quello fra protezionismo e sciovinismo linguistico. Riguardavo poco tempo fa il geniale Fascisti su Marte di Corrado Guzzanti (per chi non lo conoscesse – e in tal caso vale la pena di rimediare – è la storia di un manipolo di camicie nere, comandato dal gerarca Gaetano Maria Barbagli, che nel 1938 a bordo del razzo spaziale Repentaglia IV parte alla conquista di Marte, “rosso pianeta bolscevico e traditor”).

La locandina di Fascisti su Marte, di e con Corrado Guzzanti

La lingua usata dal gerarca Barbagli è una parodia (ridicola ma non lontana dalla realtà) dell’italiano del ventennio, quello stesso per cui il festival doveva diventare festivale, il parquet era parchetto, il gin doveva chiamarsi gineprella (!) e il brandy ratafià. Per non parlare delle accesissime discussioni sulla parola bar, con proposte che andavano da bettolino a quisibeve, da barro a taberna potoria. Personalmente, voto per taberna potoria. Strepitoso nella sua assurdità.

Con il tramonto del fascismo, l’Italia ha abbondantemente superato la fobia da contaminazione linguistica, accogliendo con zelo (talvolta indiscriminato) vocaboli ed espressioni dall’inglese e non solo. Se francesi e spagnoli si ostinano a lavorare con souris e ratón, noi italiani siamo ben contenti di usare il mouse senza bisogno di scomodare l’italico roditore, con buona pace del Barbagli.

Giusto o meno, è un dato di fatto. A volte sembra proprio che l’italiano, lingua bellissima e strapazzata, generosa e credulona, meriti un po’ di attenzione in più, qualcuno che metta qualche paletto, che dica cos’è ammesso e cosa no. C’è chi parla di deriva linguistica, altri fanno spallucce perché tanto, dicono, la lingua funziona così: si evolve, si contamina. Succede da sempre, succede ovunque, con i popoli che migrano e si mescolano. Per quello che vale, non credo siano i forestierismi il problema dell’italiano, quanto la sciatteria di chi lo parla e lo scrive male (in TV, sui giornali). Quella, sì, lo rende meno bello.

Come disse George W. Crane: “il linguaggio è l’abbigliamento nel quale i tuoi pensieri sfilano in pubblico. Non vestirli mai con abiti volgari o scadenti.”

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