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Piovono polpette… ma non solo!
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C’è un posto
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Gazza ladra #53
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È arrivato il momento di Stephen. King.

Piovono polpette… ma non solo!

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Mi ha sempre affascinato il modo in cui diversi popoli esprimono i modi di dire nelle varie lingue e come questi vengano tradotti per convogliarne il significato metaforico al di là della pura traslocazione di parole. Se girovaghiamo su qualsiasi motore di ricerca, sono ormai numerosissimi gli articoli che analizzano come, di Paese in Paese, vengano utilizzate rappresentazioni simboliche anche molto differenti per trasmettere il medesimo concetto.

Gli ambiti possono essere dei più disparati, passiamo dai vari modi per augurare buona fortuna, a modi di dire inerenti al cibo, dalle frasi fatte che hanno come protagonisti gli animali, agli insulti e imprecazioni.

Un argomento che mi è particolarmente simpatico è il tempo meteorologico.

Siamo in primavera, ora, è fine aprile ma il tempo non si è ancora assestato. Abbiamo avuto un assaggio di primavera, ma in questi giorni, a Trieste, il termometro ha di nuovo sfiorato gli zero gradi di minima. Si sa, una rondine non fa primavera. Non la fa neanche in Francia, se è per questo (une hirondelle ne fait pas le printemps); ma già se andiamo in Spagna, la rondine non farà estate (una golondrina no hace verano), e non sarà ancora estate neanche in Inghilterra (one swallow doesn’t make a summer) né in Germania (eine Schwalbe macht noch keinen Sommer).

Speriamo, in ogni caso, in un miglioramento del tempo. Gli inglesi hanno un detto molto simile al nostro: red sky at night, shepherd’s delight, red sky in the morning, shepherd’s warning. Stanco dopo una giornata trascorsa a rincorrere le pecore, il pastore inglese si posa sul muretto a secco che delimita la sua proprietà, si spazzola di dosso la polvere e la stanchezza accumulate e scruta l’orizzonte. Il cielo è rosso, il suo cuore si riempie di gioia: domani lo attende il bel tempo. Ma se un mattino, alzandosi all’alba, guarda il cielo dal vetro appannato della sua finestra, lo vede rosso… sarà per lui un monito: attenzione, il tempo non sarà dei migliori. E se in Italia col rosso di sera bel tempo si spera, di mattina la questione linguistica è già meno definita, poiché in alcune zone “la pioggia si avvicina”, in altre il “brutto tempo o il maltempo si avvicina”, e altrove ancora “il tempo si rovina”. Differenze linguistiche per un medesimo concetto: prendiamo l’ombrello, che non si sa mai.

Ma… se piove, quindi?

Nel 2009 è uscito un simpatico film di animazione, nel quale un giovane scienziato, tanto geniale quanto pazzerello, trova il modo, nella sua isola in cui l’unica ricchezza alimentare è costituita dalle sardine, di far piovere cibo dal cielo. Cloudy, with a Chance of Meatballs, recitano le previsioni meteo riportate nel titolo originale: si prevede un tempo nuvoloso e saranno possibili piovaschi sparsi di… polpette! In italiano, infatti, il titolo è stato tradotto come Piovono polpette, mentre simpaticamente, in Israele… piovono falafel.

piovono_polpette-linklab2E cosa piove, nelle altre lingue?

Quando piove molto, in molti Paesi piovono oggetti: possono essere di legno, come nella Repubblica Ceca dove piovono carriole (padaji trakaře), oppure in Catalogna, dove dovremo stare attenti a botti e barili (està plovent a bots i barrals); in Grecia, il danno sarà minore, poiché piovono “solo” le gambe delle sedie (βρέχει καρεκλοπόδαρα). Altrove la situazione può essere più… tagliente: in Portogallo piovono coltellini a serramanico (está chovendo canivetes), e in Irlanda cadono taglierini (tá sé ag caitheamh sceana gréasaí). Allerta massima in Slovacchia, dove piovono addirittura… trattori (padajú traktory)! Per fortuna, in Francia, la questione è più tranquilla, perché dalle nuvole vedremo cadere “solo” delle funi (il pleut des cordes). Ma attenzione anche qui, perché a volte pare che le mucche soffrano di una certa incontinenza: in quei casi, il pleut comme vache qui pisse.

Animali e animaletti possono scendere dal cielo in certe parti del mondo: se, quindi, in Germania piovono cuccioli (es regnet junge Hunde), nei Paesi anglofoni si aggiungono anche i cani (it’s raining cats and dogs). piovono_polpette-linklab3In Brasile avremo una pioggia di serpenti e lucertole (chovem cobras e lagartos) e in Polonia cadranno rane dal cielo (pada zabami): un po’ come è accaduto a Ishikawa, in Giappone, a giugno del 2009, o due volte in Ungheria tra il 18 e il 20 giugno del 2010. Secondo gli studi, questo genere di fenomeni è stato riportato in molte nazioni del mondo, e sarebbe dovuto al transito di forti venti che, passando su dei bacini d’acqua, sollevano pesci, rane o altri animaletti, per portarli a spasso anche per chilometri.

Venti molto più forti serviranno per sollevare gli apprendisti calzolai che si vedono piovere in Danimarca (det regner skomagerdrenge), o i poveri mariti che scendono dai cieli della Colombia (está lloviendo hasta maridos). Poetici, i norvegesi ammirano dalle finestre le femmine di Troll che scrosciano tra le grigie nubi (det regner trollkjerringer).

Pitter-patter farà la pioggia inglese, csipp-csepp, si udrà in Ungheria, Ju-Ruk Ju-Ruk in Corea… Plic-ploc è il suono della pioggia francese, mentre in Giappone inizia una pioggia leggera che fa potsuri-potsuri, ma che ben presto si trasforma in acquazzone: zaa-zaa, farà allora, per poi sfumare in una pioggerellina che, piano piano, shito-shito, finalmente si arresterà.

Finita la pioggia, torna il sereno, e la primavera volge all’estate. Arriva il caldo, un caldo da scimmia, addirittura, o perlomeno in Germania (Das ist eine Affenhitze); torrido al punto che down under, in Australia, sarà ancora più caldo di quanto si possa misurare nell’ascella di un tosatore di pecore, hotter than a shearer’s armpit.

piovono_polpette-linklab4.jpgSperiamo quindi, dopo il freddo inverno che ci siamo lasciati alle spalle, che non ci aspetti un’estate altrettanto torrida; non mi resta che augurarvi, quindi, in bocca al lupo, oppure di rompervi una gamba come in inglese (break a leg), e se non basta una gamba anche il collo, come in tedesco (Hals und Beinbruch), o ancora vi auguro che un chiodo vi fori la ruota, se siete in Estonia (Nael kummi), o semplicemente, come dicono i cugini francesi… Bonne merde!

C’è un posto

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C’è un posto nel mondo dove il cuore batte forte,

dove rimani senza fiato, per quanta emozione provi,

dove il tempo si ferma e non hai più l’età;

quel posto è tra le tue braccia in cui non invecchia il cuore,

mentre la mente non smette mai di sognare…

(Alda Merini)

C’è un posto, a Roma, dove la mente può sognare, inventare, produrre e… tradurre.

L’anno scorso sono incappata per caso in un articolo pubblicato sulla rivista Leggere tutti, intitolato “La casa delle traduzioni”. Ho scoperto l’esistenza di un’entusiasmante iniziativa, in realtà non prima nel suo genere, in Italia.

Nel 1989, nell’isola di Procida, la nobildonna nonché traduttrice Annamaria Galli Zugaro aveva realizzato una specie di “Collegio dei traduttori”, dove professionisti provenienti da tutto il mondo ricevevano un alloggio e una diaria per dedicarsi alla produzione di versioni in altre lingue di testi italiani. Con la morte della fondatrice, il progetto purtroppo si esaurì, sebbene da qualche anno il traduttore inglese Michael Sullivan, che molti libri ha tradotto in questo ambiente idilliaco, proponga con forza la riapertura del Collegio.

Nel frattempo, le Istituzioni hanno cominciato a sensibilizzarsi di fronte a questo argomento, grazie all’insistenza e intraprendenza della dottoressa Simona Cives; è così che, nel 2008, l’istituzione delle Biblioteche del Comune di Roma dà l’incarico di realizzare una “Casa delle Traduzioni”, aggregando in una stessa sede volumi e documentazione specializzata, di libera consultazione previo tesseramento gratuito, e aggiungendo via via servizi di interesse per i traduttori: si va da programmi di formazione permanente alla possibilità di soggiornare nella foresteria della Casa. In particolare, per quanto riguarda l’accoglienza si privilegiano i traduttori dall’italiano verso una lingua straniera, ma si valutano anche candidature di traduttori verso l’italiano, oppure che si occupano di diverse combinazioni linguistiche.

Qui troviamo il “Fondo Elsa Morante”, che comprende traduzioni dei suoi testi in diverse lingue, e una mostra fotografica permanente di ritratti di famosi scrittori italiani.

Chi volesse essere ospitato dovrà essere in possesso di un contratto di traduzione, e potrà usufruire degli alloggi dietro corresponsione di un importo giornaliero contenuto, per un minimo di quindici e un massimo di quarantacinque giorni (per chi fosse interessato ai dettagli tecnici, si trova tutto in questo sito o in questo).

Naturalmente, nel corso degli anni la struttura si è sviluppata, diventando membro, nel 2012, della rete internazionale RECIT (Réseau Européen des Centres Internationaux de Traducteurs littéraires) che, con i suoi vari centri dislocati ad Anversa e Seneffe in Belgio, a Berlino e Straelen in Germania, ad Arles in Francia, e poi ancora in Ungheria, Olanda, Svizzera, Svezia e Regno Unito, oltre che a Roma, mira a promuovere la mobilità dei traduttori attraverso l’intera Europa. Nel 2014, in particolare, la Casa delle Traduzioni è stata scelta come sede dell’incontro annuale della rete.

Ancora non vi basta? Allora vediamo un po’: la Casa delle Traduzioni collabora anche con Biblit, comunità che art9_2riunisce traduttori letterari mettendo a disposizione materiale specializzato, promuovendo attività formative e incontri a tema, sostenendo i diritti dei traduttori letterari in ogni ambito. Simbolo della comunità è una pulcinella di mare, abitante dell’isola scozzese di Handa, concepita dalla fondatrice come sede di un’immaginaria comunità di traduttori che lì si rifugiavano per lavorare in pace alle rispettive traduzioni.

Cos’altro offre la Casa? Uno sportello di orientamento alla professione del traduttore letterario, attivo ogni primo venerdì del mese dalle 11 alle 13, come punto di riferimento per fornire a studenti e aspiranti traduttori una consulenza personalizzata in base alle individuali esigenze. E poi corsi, incontri, seminari, la collaborazione con Booksinitaly.it, sito che promuove l’editoria, la lingua e la cultura italiana nel mondo, e una Newsletter alla quale, incuriosita, mi sono subito iscritta e che non vedo l’ora di ricevere!

Perché tutto questo? Perché al mondo c’è gente che sviluppa questa passione, questo desiderio di voler far capire ai parlanti di una lingua quello che i parlanti di un’altra hanno da dire; io questa passione la coltivo fin da bambina quando, spronata dall’esempio della zia che aveva frequentato la Scuola Interpreti di Trieste prima ancora che l’Università trasformasse la Scuola in facoltà, ho deciso che “da grande farò la traduttrice”. Perché c’è gente che, tuttora, stenta a capire l’impegno necessario a trasporre parole, idee, concetti, da una lingua a un’altra, da una cultura a un’altra. Perché c’è gente che, tuttora, si domanda com’è che i libri vengono tradotti.

Risposta: con l’esperienza. Con la conoscenza. Con la passione. E, perché no? Con un pizzico di magia.

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È arrivato il momento di Stephen. King.

Enter, Stranger, at your Riske:

Here there be Tygers

(Stephen King’s Danse Macabre)

Nota importante: sarò logorroica. Lo so, mi scuso in anticipo ma con Stevie è così purtroppo, quindi abbiate pazienza. Non è un caso che sia stato l’argomento della mia tesi di laurea. Si tratta di un amore adolescenziale e quelli, si sa, sono i più intensi.

Nel 1998, dopo aver letto tutto il leggibile della produzione di Stephen King, ho preso la risolutiva decisione di affrontare la professoressa di Letteratura Inglese della Scuola Interpreti e di comunicarle: “Prof, voglio scrivere la mia tesi di laurea sul Macrotesto di Stephen King, cosa ne pensa?”. Superato l’iniziale stupore, sono riuscita a suscitare un minimo di entusiasmo (o, perlomeno, una perplessa accettazione) nei confronti di un argomento che poco si addiceva allo standard delle tesi di laurea in traduzione, tutte terminologia e glossari.

Et voilà, nel corso di un anno mi sono sciroppata le edizioni italiane e inglesi di una trentina di libri del Re. Poi ho avuto bisogno di una pausa. Una lunga pausa.

Siamo alla fine del 2013, vedo siti che diffondono la pubblicazione di Doctor Sleep, sequel dell’adorato Shining, digito www.amazoeccetera, e dopo pochi giorni ho a casa le mie 500 e passa pagine in inglese, che divoro in un paio di settimane. Poi, presa dal delirio della scrittura, compro On Writing, il vademecum dell’aspirante scrittore, sempre in inglese.

Quest’estate, girellando tra le corsie di una libreria, vedo in offerta Joyland, che ancora non ho letto. Sarà una perfetta lettura vacanziera, penso, e lo compro. Leggo poche pagine e qualcosa non mi torna. Procedo, e continua il mio disorientamento. Infilo un dito tra le pagine e torno indietro fino al frontespizio, dove capisco cosa mi aveva lasciata interdetta: il traduttore non è il buon vecchio amico Tullio Dobner (non nel senso che sia REALMENTE mio amico, beninteso, magari!), bensì Giovanni Arduino. Chi? Mi vergogno della mia ignoranza e, ovviamente, decido di approfondire.

Chi, come me, legge da anni Stephen King, sa che in italiano i suoi libri sono da sempre tradotti da Dobner (a parte poche eccezioni, come Shining tradotto da Adriana Dell’Orto). Per trent’anni, Tullio Dobner ha modellato il suo stile di scrittura (ricordiamoci sempre che un bravo traduttore deve essere innanzitutto un bravo scrittore), adattandosi al linguaggio in evoluzione che King andava plasmando nel tempo.

Nei vari blog degli appassionati kinghiani aleggiano commenti più o meno lusinghieri nei suoi confronti; troviamo chi si complimenta con lui per esser sempre riuscito a ricreare il ritmo narrativo dei testi originali, anche a volte a discapito della precisione linguistica (io sono tra questi); e troviamo chi si lamenta, con forse eccessiva pignoleria, della scarsa resa di determinati modi di dire o espressioni. Quel che va detto, senza dubbio, è che Dobner è sempre riuscito a rimanere se stesso nella resa dei capolavori del Re; chi ha letto King in traduzione italiana Dobner-style sente di star leggendo lo stesso autore, un po’ come accade a chi legge Pennac tradotto da Yasmina Melaouah. Purtroppo, alcuni idiomatismi americani sono diventati di dominio comune anche per il volgo italiano solo da pochi anni, grazie alla diffusione di Internet e dei social network che ci mettono a stretto contatto con il linguaggio parlato di altri Paesi. Se, quindi, Dobner vent’anni fa traduceva “you suck” come “tu succhi” anziché come “fai schifo”, io tendo a perdonarlo, perché so bene che gli strumenti presenti vent’anni fa non sono gli stessi che oggi abbiamo, e che i lettori di vent’anni fa erano sicuramente meno esigenti di quanto lo siano quelli degli anni Duemila.

Ciò detto, nella mia ricerca sui traduttori di King ho scoperto anche molto altro. Se, infatti, qui in Italia ci sembra normale assegnare a uno scrittore di successo lo stesso traduttore (così come in Italia, terra di maestri del doppiaggio, ci sembra normale assegnare allo stesso attore di successo lo stesso doppiatore), all’estero questo non accade con la medesima frequenza. In Francia, infatti, a partire da It, la maggior parte dei libri di King è stata tradotta da William Olivier Desmond, mentre gli ultimi volumi della Torre Nera sono tradotti da Marie de Prémonville e altri da François Lasquin (es. From A Buick 8, The Girl Who Loved Tom Gordon). In Germania, King è da sempre tradotto da più mani: Wulf Bergner è il più assiduo, ma le sue produzioni sono intercalate da quelle di Jürgen Bürger, Andrea Fischer, Peter Robert, Christel Wiemken, e Joachim Körber, che segue l’intero ciclo della Torre Nera.

Questo arcobaleno di voci è stato presente anche in Italia tra la metà del 2011 e l’inizio del 2012, quando King ha “parlato italiano” grazie a quattro traduttori diversi: Wu Ming 1 (su cui mi soffermerò a breve) è il traduttore di 22/11/’63, romanzo che trae spunto dall’assassinio di JFK; Giovanni Arduino ha tradotto la novella pubblicata esclusivamente in e-book Miglio 81; il caro Dobner ha seguito il più recente capitolo della saga della Torre Nera La leggenda del vento; e Laura Serra ha tradotto un remake del celebre Duel, scritto a quattro mani da King e dal figliolo Joe Hill (King), pubblicato nel volume di Urania del novembre 2011 intitolato Lui è leggenda.

Avevo già accennato prima a Giovanni Arduino, il traduttore di Joyland.arduino_incontra_king

In questa simpatica vignetta lo vediamo sorridente in mezzo a Stevie e al caro Pennywise; Arduino è forse la figura che con maggiore completezza ha preso il posto di Dobner: al suo attivo ci sono già una decina di romanzi, diversi racconti e novelle, nonché la nuova edizione, introduzione, curatela, supervisione, revisione di Danse Macabre. Non solo: Arduino ha cominciato da giovanissimo, nei primi anni Novanta, ad occuparsi di King. Nel 1994 esce, pubblicato da Sperling & Kupfer, Il libro gioco di Stephen King, autore tale Joe Arden che, come si legge nel blog StephenKing.it, “un vero kinghiano italiano over 35 DEVE avere acquistato ai tempi” (sì, ovviamente, da vera kinghiana over 35 ce l’ho). Ed è facile ora, a posteriori, riconoscere nello pseudonimo Joe Arden il nome di Giovanni Arduino.

Prima di concludere, vorrei dedicare qualche riga all’altro misterioso (almeno per me) traduttore cui ho accennato prima: Wu Ming 1. La prima volta che ho letto questo nome, non nascondo di aver provato un certo smarrimento: questo cinese che traduce verso l’italiano proprio non me l’aspettavo!

E qui mi si è aperto un altro mondo: Wu-Ming, come si scopre nel blog comunitario http://www.wumingfoundation.com/giap/, è un collettivo di scrittori e traduttori bolognesi. Il nome riprende un’espressione cinese che significa “senza nome” (無名) oppure “cinque nomi” (伍名), a seconda di come viene pronunciata la prima sillaba. Il nome del gruppo vuole essere al contempo un omaggio alla dissidenza (Wu Ming è una firma comune tra i cittadini cinesi che chiedono democrazia e libertà d’espressione), e un rifiuto della macchina-celebrità che vede l’autore come una star, indipendentemente dalla qualità del proprio prodotto. Infine, Wu Ming è un riferimento al terzo verso del Tao Te Ching: “Wu ming tian di zhi shi” (Senza nome è l’origine del cielo e della terra). In realtà, gli autori del collettivo non sono anonimi, i loro nomi non sono segreti. Tuttavia, utilizzano cinque nomi d’arte composti dal nome della band più un numero, seguendo l’ordine alfabetico dei cognomi: Roberto Bui (Wu Ming 1), Giovanni Cattabriga (Wu Ming 2), Luca Di Meo (Wu Ming 3), Federico Guglielmi (Wu Ming 4), e Riccardo Pedrini (Wu Ming 5).

Wu Ming 1 ha tradotto, con critiche molto positive peraltro, l’antologia di racconti Notte buia, niente stelle, e il romanzone su JFK di cui parlavo prima, 22/11/’63. Non lo leggeremo più in questa veste, tuttavia, avendo lui stesso dichiarato di non voler più tradurre Stephen King (“o traduco, o scrivo”, ha dichiarato in un’intervista apparsa sul blog È scrivere). E cosa scrive, quindi? Opere soliste, ma grazie a questa ricerca sui traduttori di Stephen King ho scoperto l’esistenza di altri libri scaricabili gratis dal sito del collettivo (come Q, il romanzo storico pubblicato sotto lo pseudonimo di Luther Blissett, o il suo seguito Altai) che, con grande curiosità, mi appresto a leggere.

Cosa ho imparato da questa esperienza? Innanzitutto che, nonostante la mia comfort zone mi volesse confinare nel circolo dei libri tradotti da Dobner, conoscere nuovi traduttori che danno la loro versione dello stile di Stephen King è stato senz’altro un arricchimento. Seconda cosa, ho scoperto nuovi libri che, a giudicare da trama e incipit, già so che mi affascineranno. Terza cosa, ho ravvivato la mia passione per i libri del Re, sia in versione originale, sia nella loro traduzione italiana. E quindi concludo, in maniera poco netta e poco definita, poiché “in real life endings aren’t always neat, whether they’re happy endings, or whether they’re sad endings”. Firmato, lo zio Stevie.

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